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Non fatevi ingannare dal Trailer! La Pazza Gioia di Paolo Virzì non ha nulla a che spartire con “Thelma e Louise” o pittosto con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” anche se alcune scene potrebbero indurvi a facili parallelismi.
Non è un film di denuncia centrato sulle strutture psichiatriche (tutt’altro) o un road movie dove libertà e fuga sono pericolosi sinonimi. Si tratta invece di un film delicato e struggente che narra dell’incontro, o meglio del “contatto” casuale tra due figure antitetiche eppure afflitte dal medesimo mal di vivere che le vede sofferenti e insofferenti, aliene ad un mondo che le ha estromesse anche dai loro diritti.

Sono due donne molto disturbate: Beatrice e Donatella che si ritrovano, del tutto casualmente, a vagare per la campagna pistoiese, in fuga dal bel casale che le ospita in una comunità terapeutica.
Beatrice è bipolare, sofisticata, levigata, elegantemente avvolta da morbida seta, divorziata da un avvocato mollaccione e appiccicoso, arrivato a difendere anche Silvio Berlusconi, ritratto in una foto con la coppia (quasi una citazione di Zelig). Beatrice splendidamente interpretata da una Valeria Bruni Tedeschi perfetta e misurata anche nella sua manifesta pazzia, ha avuto una relazione distruttiva con un criminale indegno di qualunque affettività, eppure da Beatrice adorato al di là delle umiliazioni a cui la sottomette.

Donatella è l’Omega di Beatrice, umile, depressa, ignorante, indossa una unica maglietta scura e pantaloni in tinta. Ha il corpo tatuato e il cuore infranto dal tormento di un figlio che le hanno tolto e affidato ad una famiglia di Viareggio. Due soli contatti nella sua rubrica telefonica: il padre inetto, pianista del Trio URAGANO e la madre, badante di un generale moribondo e interdetto da cui si illude di ereditare terre e casali.
La trama sorprende per l’epilogo imprevisto e per il racconto che Donatella rivela a Beatrice nel finale, quando ripercorre le tappe che l’hanno portata nella comunità terapeutica, dopo essere passata per gli OPG. Un racconto che raggela per la sua verosimile spirale di autodistruzione e che colpisce per la banale constatazione del sottile confine che separa una vita disperata dalla follia.

Il film è ambientato nel 2014, quando gli ospedali psichiatrici giudiziari erano ancora attivi. Tocca temi delicati e sdrucciolevoli, facile scivolare nel pietismo o nelle denuncia totale, cara all’antipsichiatria. Virzì, al contrario, mostra la gestione quotidiana della malattia mentale, da parte di personale generoso che gestisce gli “scarti” della società, vittime collaterali a cui sono state inflitte pene sproporzionate.
Le due protagoniste sono meravigliose, difficile stabilire chi ha sovrastato l’altra nella recitazione: Valeria Bruni Tedeschi nella parte della milionaria decaduta e ossessiva è impeccabile. Micaela Ramazzotti ugualmente efficace, con una fisicità che esprime sofferenza e rinuncia, in grado di animarsi solo quando intravede la possibilità di vedere ancora suo figlio. Insieme formano una coppia Alfa-Omega assolutamente perfetta.

Oltre alla loro bravura, di questo film si ama la vocazione all’empatia e la capacità di generare sorrisi ed emozioni senza trucchi. Francesca Archibugi, che appare anche in un cameo, ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con il regista ed ha sicuramente smussato le intemerate a cui Paolo Virzì ci ha abituato, non ci sono discussioni o litigi potenti, ma dialoghi venati da una amara follia che commuove senza artifici, con un’unica scivolata veniale: i violoncelli in minore sulla prima fuga verso il 53.