Preparatevi all’horror vacui. Trattasi di film potente, con aggregato un malessere talmente elevato, che il peso al diaframma vi accompagnerà fino a casa e oltre.
Claudio Genovesi dirige quest’opera tratta dall’omonimo libro di Roberto Saviano pubblicato tre anni orsono. Un’opera che documenta il passaggio tra l’infanzia e un orrore adulto, crudele, cupo e senza alcuna speranza di regressione.

È un quarto stato sempre ripreso con prospettive frontali (quasi epiche come nel quadro appunto) che rappresenta un drappello di bambini in moto tra i vicoli della Sanità e quelli dei Quartieri Spagnoli. Ci sono almeno cinque riprese dinamiche, nel breve volgere di una estate, che illustrano plasticamente il passaggio dalla festa con palloncini rossi al seguito, fino alla cupa ronda finale con i mitragliatori che hanno sostituito i palloncini.
Risate infantili, sostituite da maschere cupe da tragedia greca per vendicare un crimine da loro stessi causato.

La paranza é una barca tozza, con vela latina usata per la pesca a strascico a maglie piccole che trattiene prede minute, per un fritto saporito. Sono poco più che pesciolini i bambini di Napoli, raccolti, usati e immolati dal crimine che autoalimenta i suoi miti e i suoi idoli.
Il film documenta, magistralmente, la metamorfosi, in atto non solo a Napoli, dei modelli di riferimento nella totale assenza di ogni processo formativo. La scuola é assente, la famiglia é assente, lo stato é assente in un contesto talmente privo di speranza che il diaframma (dello spettatore) si chiude e genera l’horror vacui di cui ho riferito all’inizio.

Fuggendo qualsiasi spettacolarizzazione e allontanandosi dai parametri estetici di stile Gomorra (la serie della quale é stato regista per due episodi), Giovannesi si orienta verso la tensione più trattenuta, ma continua. Tutto é catalizzato dalla figura di Nicola, con cui è facile empatizzare nei momenti di normalità (il rapporto con la mamma, con il fratello minore, con la ragazzina di cui s’invaghisce).
Tutti giovanissimi gli interpreti, tutti alle prime esperienze davanti alla macchina da presa, il clima è gioioso: si rimorchia, si gioca, si comprano vestiti “firmati”, poi si va su YouTube per imparare a usare un mitragliatore. Il tutto ad altezza bambino, compresa la percezione delle figure adulte come quella dell’attempato boss (Renato Carpentieri) agli arresti domiciliari.

La ragione per la quale dei quindicenni si ritrovino a vivere questo contesto non c’è bisogno di “spiegarla”, come non abbisogna mostrarne le cause pregresse o gli sviluppi futuri: è tutto drammaticamente scritto nella realtà di libro e di un film che non ha bisogno di ritoccare gli spunti che arrivano copiosi dalle cronache. A Giovannesi interessa percepire, l’ineludibile ombrosità che aleggia sul viso di Nicola, interpretato da Francesco Di Napoli (nomen omen). Un esordiente di cui sentiremo parlare ancora. Se questo film non vince a Berlino, sono disposto a mangiarmi un orso.

Al termine una grappa Secolo per sciogliere il nodo allo stomaco.