eye in the skyIl diritto di uccidere non è un thriller, non è un film di guerra, non è un action movie, non è un dramma, bensì un insieme di tutto ciò, tenuto insieme da una regia serrata e incalzante.
Il meccanismo del dito sul grilletto rosso, periodicamente in procinto di essere attivato, è noto e collaudato sin dai tempi di Stranamore, ma qui viene declinato secondo i tempi che stiamo vivendo, quelli di un conflitto gestito in remoto, senza presenza umana in loco. Si scopre che la presenza umana, benchè lontana migliaia di chilometri, in un deserto vicino a Las Vegas, è invece ben presente e fa valere i dubbi etici di sempre. Nel povero caseggiato kenyota al confine con il Senegal si trova un gruppo di terroristi islamici radicali tra cui militano anche cittadini americani e britannici. Stanno per vestire due martiri con i giubbotti imbottiti di esplosivo, la camera remotae fantascientifica ritrae ogni loro gesto, il pericolo è imminente, gli obiettivi vicini. Prima di autorizzare un attacco che li polverizzerebbe dall’alto (grazie a un Drone USAF) vanno considerati più scenari possibili, dando vita a scambi di messaggi e telefonate, tra i militari impazienti di chiudere la missione, i burocrati e i ministri che si rimbalzano a vicenda una decisione di cui non intendono assumersi la responsabilità. L’inaspettato ingresso di una ragazzina keniota che vende pane appoggiata al muro che sarà polverizzato dal missile Hellfire, scombina i piani.
Interviene il dilemma etico di tutti i conflitti: Vale più la morte quasi certa di un ragazzina o quella potenziale di centinaia di persone ?
Il regista Gavin Hood prende posizione ma in modo quasi velato, Il diritto di uccidere riesce a mantenere un’onesta ambiguità etica e morale, ciascuno dei personaggi, mosso da ragioni plausibili appare credibile nelle sue convinzioni, facendoci così intendere che bianco e nero non esistono di fronte a dilemmi di questa portata. E’ oltremodo interessante il discorso che viene affrontato in merito al processo politico/burocratico che s’innesca in situazioni come queste: nessuno vuole prendersi la responsabilità per non correre rischi squisitamente personali. Emerge chiara, al contempo, l’inadeguatezza di chi è chiamato ad assumersi responsabilità così rilevanti producendosi in calcoli inerenti la ricaduta mediatica, sulla propria persona o sulla propria compagine.
C’è una frase di Helen Mirren (che impersona un colonnello arcigno dell’esercito britannico) che pronuncia a seguito delle esitazione di un suo sottoposto: «C’è in ballo molto più di ciò che vede in quest’immagine». Il meccanismo di Eye in the Sky (titolo originale de Il diritto di uccidere) è riassunto in questa semplice battuta che dà idea di ciò che significa nella realtà, una guerra combattuta sui monitor, seduti comodamente a migliaia di chilometri, davanti a the e biscotti, rispetto a dove si sta svolgendo la vera azione. In film è avvincente ancor chè blindato in soli quattro ambienti che si alternano sullo schermo. Eye in the Sky riesce a veicolare anche gli argomenti più scabrosi e attuali, sui quali spesso non si dispone di sufficienti chiavi interpretative. Non importa perciò fino a che punto si è andati in profondità;  Il diritto di uccidere è dedicato ad Alan Rickman, scomparso lo scorso Gennaio, qui nei panni del generale Benson: ottimo e misurato come sempre e come tutto il cast di questo film riuscito ed avvincente.