Pare impossibile che il regista di Scemo + Scemo possa aver realizzato un film che ha ottime possibilità di aggiudicarsi qualche Oscar, il prossimo 24 Febbraio. Le premesse ci son tutte, dopo aver vinto (a sorpresa) il Festival di Toronto.

Peter Farrelly, dopo un quarto di secolo non certo molto seguito dalla critica, ha realizzato un film di assoluto rilievo. Una storia ispirata all’incredibile vicenda (vera) di un’amicizia tra un buttafuori (cafoncello italoamericano) e un sofisticato pianista afroamericano, nell’America dei primi anni ’60.
Protagonista Tony Vallelonga straordinariamente interpretato da un monumentale Viggo Mortensen, che si è sottoposto a una cura ingrassante da 20kg. Come il suo collega Christian Bale che ne ha presi 25 per entrare nel personaggio di “Vice”. Entrambi sulle orme di Robert De Niro che per il suo “Raging Bull” arrivò a sfiorare il quintale.

Tony Vallelunga è un pesce piccolo di Little Italy, costretto a raccattare un qualsiasi stipendio per mantenere la numerosa famiglia dopo la chiusura del night club di New York in cui aveva lavorato per 12 anni. Burbero, chiacchierone, ignorante e razzista in modo atavicamente ruspante, Tony accetta di lavorare come autista e fact totum per il pianista afroamericano Don Shirley, interpretato dal premio Oscar Mahershala Ali. Deve accompagnarlo in un tour nelle terre della segregazione razziale. Per otto settimane scorrazzeranno nel Midwest e nel profondo Sud attraverso strade deserte e panorami maestosi. Un road movie a stelle e strisce su una Cadillac Sedan Deville del 1962 color turchese.
Una meraviglia considerata la più bella di sempre, con un maestoso motore V8 da 6400cc.

Le strade solitarie li portano dritti in Kentucky, Alabama e Mississippi e sono strade asfaltate di ignoranza e di discriminazione razziale.
Green Book è il nome della guida ad uso di turista nero, edita dal 1936 fino al 1964, anno della abolizione delle norme segregazioniste. Venivano indicati motel e ristoranti dove le persone di colore erano ammesse.
Una indiretta ed efficace rappresentazione di un mondo separato dall’odio razziale che qualche sovranista berciante “American First” ha in animo di rivivere.
Si scontreranno con la realtà di uno stato (l’Alabama) dove fino al 1964 non era possibile per un nero muoversi di notte su un veicolo. Il musicista nero e il buttafuori mangiaspaghetti incontreranno insulti, botte, derisione e odio puro per la diversità da loro rappresentata in un mondo di simili che concepisce il forestiero come un nemico.

Viggo interpreta nel migliore dei modi lo sboccato, affamato e irresistibile Tony, riempiendo lo schermo con una imbruttita fisicità, con le facce buffe e rozze di un onnivoro che mangia schifezze in modo compulsivo.
Replicando contrasti e dinamiche alla “Quasi Amici”, Green Book guarda all’America di oggi attraverso l’America di ieri, quell’America in cui un afroamericano non poteva utilizzare i bagni dei bianchi, provarsi un abito in un negozio del centro di Tucson, cenare in un ristorante che non rientrasse in una vergognosa guida.

La parte del pianista Don Shirley è interpretata da Don di Mahershala Ali, e la sua performance colpisce nel segno, grazie alla perfetta raffigurazione di fragilità e insicurezza ammantata da una insopprimibile dignità.
Il pianista è un genio profondamente acculturato, coccolato dai WASP della Grande Mela bisognosi di un talento artistico da poter sbandierare come testimonianza della propria apertura mentale.
Un genio peraltro rifiutato dalla comunità nera, perché profondamente ‘diverso’ come appare palese nella magnifica sequenza del campo coltivato a zappa e piccone da una dolente compagine di colore che si ferma immota e incredula nel vedere un loro simile trasportato su una macchina da sogno con alla guida un bianco.

Shirley è troppo poco nero, troppo poco bianco, oltre a essere molto democratico (Bob Kennedy è l’amico che lo leva da una prigione dell’Alabama) è anche omosessuale e nei primi anni ’60, mancava solo la Kippah per fare poker.
Un alieno precipitato sulla Terra che non ha timore del giudizio altrui, tanto da cavalcare con orgoglio e soprattutto dignità, una pericolosa tournée nel sud del Paese per provare a cambiare le cose con la propria testimonianza.
È il dialogo ostico che si trasforma in alchimia complice tra Mortensen e Ali, la colonna portante di un film elegante e originale.

È a proposito di colonne… quella sonora è trascinante e ha il pregio di portare alla ribalta il genio artistico di Don Shirley. Da segnalare il paradosso di Brahms suonato in una bettola riservata ai neri che lo ascolta prima con disprezzo e poi con entusiasmo.
Al termine un Cutty Sark liscio (non è un gran chè) ma è la bevanda preferita di Don Shirley…