È la storia di un regista che solo incidentalmente non si chiama Pedro Almodovar ma è Pedro Almodovar. E’ ridotto male: dolori, acciacchi, acufene, blocchi all’esofago, apnee. La sua vita è difficile, la vena creativa prosciugata, Il suo mestiere di regista compromesso in quanto “fisico” come si afferma in una battuta del film.
Dopo una efficace cartella clinica animata che stupirà i medici in sala per la “leggerezza” e la chiarezza si passano in rassegna i danni collaterali allo spirito.
Si manifesta la depressione profonda del regista, generata da un mal-essere che lo porterà casualmente fino all’eroina, diventandone un “dipendente” per alleviare i suoi dolori.
In questa improvvida condizione scrive una sceneggiatura per un monologo teatrale tratto da un fatto della sua vita e, come spesso accade, la scrittura porta a ricordare e a confrontarsi con il passato.

Pedro Almodovar stacca di continuo con i ricordi del suo personaggio (la madre giovane è Penelope Cruz mentre gli ultimi giorni di vita sono affidati a Julieta Serrano). Si riconoscono gli intrecci incredibili, le coincidenze pazzesche e implausibili e gli affetti inscindibili a cui ci ha abituato nel corso delle sue 21 precedenti pellicole.
E’ una storia di ritorni dal passato, primi desideri o desideri sopiti che bussano alla porta di un uomo che pensava di non averne più, schiantati dal Dolor di vivere, emotivo e fisico.

E sono ricordi in cui culla lo spettatore che può commuoversi di tanta bellezza evocativa sospinto da una colonna sonora delicata ed evocativa. Peraltro usare l’oboe a contrappunto del parlato farà arricciare il naso ai cinefili esigenti, ma Aldomovar è anche “popular” e non disdegna l’uso di cotali artifizi (peraltro efficaci come mai).
Il lavaggio delle lenzuola nel fiume, l’arrivo nella casa grotta, le lezioni di Aldomòvar bambino al giovane uomo analfabeta, la scatola di latta con i rosari materni… Il regista non risparmia nulla di sè esponendo senza pudori residui la trama della sua vita, quella delle sue sofferenze, dei turbamenti, della dipendenza, della fragilità e anche della gioia solo intuita e assolutamente fugace.

Questo regista affaticato e pieno di dolori, dalla vita calma e attutita si droga, emulando un suo amico rinnegato trentadue anni prima, proprio perchè indulgeva con l’eroina. E’ la prima volta che si raffigura una storia di dipendenza così straniante e calzante e, come sempre, Pedro Aldomòvar crea un precedente fini ad oggi impensabile da rappresentare.
Lo fa in una modalità inspiegabilmente “solare” come nella scena dei bassifondi ad uso spacciatori, con violenza e sangue che scorre e tensione alle stelle. Scorre il sangue, sale l’adrenalina ma è tutto inondato di sole e tutto rientra in una apparente normalità, senza indulgere in drammatiche sequenze.
É la normalità della piazza dedita allo spaccio.

Antonio Banderas è al suo apice e riesce con abilità insospettabili a fare il massimo sforzo di un attore: essere controllati ma emotivi al tempo stesso in un punto d’incontro che tutti gli attori coinvolti riescono a esprimere in questo film.

Dolor y Gloria é un regalo per gli amanti del cinema, un tributo ai 70 anni di questo regista che ha scritto questa scenografia carica di rosso, colore della passione, della violenza e del dolore, alternato al bianco, che riflette un sole accecante e torrido, quello della Mancia e della Estremadura.

Al termine un rosso invecchiato ma ancora acceso come il Marqués de Valdueza, forte e torrido come Partena, la città che viene raffigurata nelle scene del regista ancora bambino.