Freddie Mercury apre una valigetta nera, e assieme al suo microfono Shure 565sd cromato, ci sono, sistemate come fossero cartucce di una carabina, le amate sigarette e una bottiglia di vodka. Freddie Mercury che sale sulla Rolls e va a Wembley, la mattina del 13 luglio del 1985, per una ventina di minuti di concerto che non si sarebbe mai più potuto replicare per entusiasmo, partecipazione, calore ed energia.
Quel giorno, stipati come sardine c’erano 75.000 corpi che vibrarono all’unisono sulle note di “We are the Champions”.
E niente fu mai più come prima.

Una manciata di minuti, e subito capisci che film sia Bohemian Rhapsody, iniziato da un regista, Bryan Singer, e finito da un altro: Dexter Fletcher.
Dal Live Aid si torna allle origini di Freddie Mercury quando era ancora Faroukh Bulsara ma già sapeva di essere destinato a diventare “the person I was always meant to be”. Rami Malek (interprete di una serie piuttosto sofisticata come Io Robot) lo impersona con una maschera necessaria a simulare la presenza di 4 incisivi in più in una bocca che si spalancava producendo armoniche uniche

È difficile raccontare la storia di una feroce consapevolezza. Freddie Mercury era l’agiografo di sè stesso, fino al parossismo degli eccessi e del suo essere oltraggioso (“non troverete nessuno più oltraggioso di me”, come dice ai suoi futuri compagni di band).
I superstiti dei Queen sono stato utili a ricostruire la storia di un gruppo che ha fatto la storia della musica, stando sempre bene attenti a mettere in buona luce Brian May e Roger Taylor, a sottolinearne i talenti.
Perché son pur sempre loro i produttori del film.

Da Wembley si parte e a Wembley si torna, e in mezzo c’è tutto quello che i Queen (odierni settantenni agiati) ci tengono a farci sapere. La sceneggiatura non ha molto rispetto per la reale cronologia degli eventi o per la veridicità delle situazioni raccontate, ma si parte dal giusto presupposto che questo film rappresenta il mito e lo inscena attraverso una musica originale e rimasterizzata con effetti sorprendenti.

Bohemian Rhapsody non è la storia di Freddie Mercury, né quella dei Queen. Almeno, non in senso stretto: è più corretto dire che si tratta di una storia sull’eroe e sul mito su cui si regge il frontman della band.

La risultante è un film prevedibile per lo spettatore, che segue il percorso canonico: ascesa declino redenzione tipico del genere biopic, senza lasciare troppo spazio per conflitti in grado di impensierire il pubblico.
Tutto è risolto dall’enorme talento del front man. Nemmeno l’Aids riesce a scalfire la performance mostruosa che fu in grado di realizzare bucando il cielo di Wembley.

Queste infrastruttura piuttisto rigida non nasconde l’ottima prova di Rami Malek nei panni di Freddie Mercury. Un ruolo certamente difficile, ma l’attore (protagonista della serie Mr. Robot) si è dimostrato assolutamente all’altezza. Si notano i risultati degli sforzi per modellare il corpo: l’insieme di movimenti, sguardi e atteggiamenti vanno a comporre non tanto un’imitazione dell’originale, quanto piuttosto un incontro tra Rami e Freddie.
I tratti somatici di Rami hanno una curiosa somiglianza a quelli di Mick Jagger, così come il fisico esile che risulta essere così un mix molto interessante.

La regia non è invadente, ma non stupisce per scelte particolarmente coraggiose. A Newton Thomas Sigel è stata affidata la fotografia, che cerca di ricreare le immagini più iconiche legate a Freddie e alla band, nel periodo preso in esame. Un aspetto che riesce senza dubbio a far risaltare è il forte contrasto tra il performer sul palco e l’uomo nella sua più silenziosa intimità: un gioco che il film imposta già nella sua prima sequenza, che lo segue mentre attraversa un gruppo di persone che sembrano abitare su un pianeta diverso dell’inquadratura, senza neppure la possibilità di sfiorarlo. Il reparto audio ha lavorato benissimo per ricreare la voce di Mercury utilizzando un mix di registrazioni originali, oltre al contributo di diverse altre voci, tra cui il cantante canadese Marc Martel: il risultato è di ottimo livello.

Bohemian Rhapsody è un film che narra la sua storia di Freddie Mercury, e lo fa senza esporsi troppo per cercare di andare oltre una struttura classica. La performance di Malek, unita soprattutto al fascino della musica dei Queen, solleva un prodotto che altrimenti avrebbe corso il rischio di essere eccessivamente agiografico.
È un film che riesce a intrattenere e a entusiasmare anche coloro che non avevano il poster di Freddie in camera.
Alla fine l’Oste consiglia una Vodka gelata magari Smirnoff (la marca di Freddie)