Le RECENSIONI dell’OSTE – “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità) di J. Schnabel

Le RECENSIONI dell’OSTE – “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità) di J. Schnabel
at-eternitys-end-poster-willem-dafoe-vincent-vanNo, non aspettatevi una biografia.
Julian Schnabel usa i documenti come fonte di ispirazione, non certo di ricostruzione didascalica. Il suo scopo, da regista-pittore, è parlare dell’atto creativo e di cosa significhi essere un artista in un film (lungo… Forse troppo) che trae spunto dalla capacità visionaria di Van Gogh.
Cogliere cose che noi non possiamo vedere, se non attraverso i suoi quadri. L’eternità che lui legge in un paesaggio piatto.
L’energia che pervade l’universo. La luce, divina, sovrannaturale
Il Van Gogh incarnato alla perfezione da un “enorme” Willem Dafoe sa di essere destinato ad avere successo, con una triste condizione. Il successo arriverà in un’epoca successiva alla propria.
C’è un forte senso di rassegnazione che è anche l’elemento che dà al film un’identità ben precisa oltre a rivelare l’amicizia complessa e morbosa con Gauguin, il taglio dell’orecchio, la perdita di lucidità e la morte che finalmente rende apprezzata la sua arte nel gesto atteso (quanto simbolico) dell’acquisto dei suoi quadri, sparsi attorno al feretro.
La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Jean Claude Carriere e Schnabel che da ampio spazio alla “visualità” (e come mai potrebbe essere altrimenti)
La fotografia di Benoit Delhomme predilige obiettivi grandangolari, le immagini sono in grado di rispecchiare la soggettiva visuale con la quale il protagonista guarda il mondo. La colonna sonora è dissonante e inquieta, ad opera di Tatiana Lisovskaya, composta da suoni di pianoforte incorporei, fastidiosi e disturbanti, spesso in contrasto palese con la visione eterea di Schnabel.
Il film (nella prima parte) sembra volersi tuffare nell’occhio naturalista di Terrence Malick. Si prende pause inutili e contempla
i dettagli delle foglie, dei rami e delle radici degli alberi, delle grandi praterie e dei terreni rocciosi e aridi che tanto hanno affascinato il protagonista.
Schnabel sceglie spesso la camera a mano e un montaggio sincopato, cerca il movimento, (non grande nocumento per i sofferenti di labirintite) il tratto, il gesto, l’immagine sghemba, usa filtri sporchi e fuori fuoco, insegue la frenesia con cui Van Gogh realizza i suoi quadri. Quando ci riesce, il film si solleva improvvisamente dal torpore in cui lo fa precipitare una musica assurda e invasiva.
Fra i momenti più riusciti, quello del campo di girasoli morti, che viene contrastato dalla voce fuori campo di Van Gogh: “Di fronte a un paesaggio non vedo altro che l’eternità”.

Purtroppo la parte drammatica non riesce a lasciare un impatto forte, colpa anche dei dialoghi forse troppo didascalici, ma Dafoe si carica il film sulle spalle con una prova esemplare: il suo viso, così accidentato e riempito com’è da enormi occhi blu languidi e smarriti, buca e scava lo schermo, trasfigurando il suo ruolo in un sogno febbrile fatto percepire allo spettatore.
Il cappello di paglia del pittore, sembra uscito direttamente da uno degli inestimabili autoritratti mesti e vivaci in egual misura.
L’approccio è affascinante, lontano dal solito tragico maledettismo dell’artista incompreso.
Il film cita, menziona, rimanda, ma non mostra.
Paesaggi inondati dalla luce del Sud, terra tra le labbra, tele sulle spalle. Suole consunte, calze bucate, mani callose, a liberare il quadro dalla natura, con la potenza del pennello e un solo gesto netto guidato da un inarrivabile colpo di genio…Il GENIO è solo e lo spettatore con lui, a soffrire il freddo, ad ascoltare il vento, a penetrare la natura, con una corsa tra i campi o una passeggiata assorta, avvolti da colori e suggestioni.

“Vedo cose che altri non vedono” dice a un certo punto Van Gogh. E ancora “I miei dipinti sono conforto e speranza”.
La luce del sole è il suo disegno. E lui sa che il suo talento, “un dono di Dio”, gli è stato molto probabilmente concesso per individui che ancora devono nascere.

Il punto di vista di un regista “anomalo” spiazza la narrazione. Un pittore che racconta un altro pittore. Il regista, l’artista contemporaneo Julian Schnabel, nel tessere il suo racconto, appare in perfetta sintonia con il soggetto.
Può un film raccontare l’intenso turbinio di sentimenti e di carica vitale che sono all’origine dell’atto del dipingere?
Da questa apparente impossibilità Schnabel ha ricavato la sua sfìda, offrendo una visione molto personale degli ultimi giorni di vita di Vincent.
E così lo spettatore ne assapora l’anima, la fatica fisica, la dedizione totale nei paesaggi
assolati di Arles, lo spettatore partecipa alla corsa “dipinta” dal regista diventato reporter di guerra sul campo e lo spettatore cammina, si sdraia sulla terra, corre anche lui, vivendo e vibrando mentre coglie tra le rughe del pittore i rari sorrisi scaturiti da una natura ammaliante.

E poi c’è Willem Dafoe – premiato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi per il Migliore attore – completamente immerso in Van Gogh attraverso un processo quasi alchemico che lo ha spinto a prendere lezioni individuali (per 6 mesi) di pittura da Schnabel per prepararsi al ruolo, per imparare a toccare una tela, ad accostarsi al colore, a vivere insomma l’uomo Vincent. Certo è che, d’ora in poi, quando penseremo a Van Gogh, ci verrà in mente il volto scavato, visionario e incantato di Dafoe.

Al termine una limonata calda. La macchina a braccio ha degli effetti collaterali sgradevoli per lo stomaco!

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