Le Recensioni dell’OSTE – “Tutto quello che vuoi”

Le Recensioni dell’OSTE – “Tutto quello che vuoi”

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Tutto quello che vuoi inizia male, come certi film generazionali a tema fisso. Ma trattasi di impressione che dura pochi minuti, fino a quando irrompe sulla scena il vero protagonista, o meglio, la vera protagonista del film che lo muta in qualcosa di avvolgente, commovente, spiazzante.
Al centro di Tutto Quello Che Vuoi, c’è una stanza che contiene una lunga poesia.
La stanza appartiene a un poeta giunto alla fine del suo umano cammino.
Con la mente offuscata dalla vecchiaia, vive in una casa di ricordi ed è accudito, inizialmente malvolentieri, da un ragazzo pigro, ignorante e prevenuto. Tuttavia anche su quest’animale trasteverino, tutto playstation e botte per strada, e sui suoi amici la suddetta stanza ha un impatto sorprendentemente devastante che mette in moto eventi finanche avventurosi..
La stanza è lo studio del poeta, un ammasso di ricordi sulle cui pareti sono incise centinaia di frasi e parole, ricordi e brani poetici. Sono incisioni e scritte su tutte le quattro mura, su ogni centimetro lasciato libero dal mobilio, realizzate tutte insieme dopo la morte della moglie. Reclusosi in quella stanza il vecchio poeta, ha consumato l’ultimo atto della sua opera terrena in una rievocazione di ricordi e momenti di tutta la sua vita.
È un infingimento potente che sorprende lo spettatore, ammutolito dalla brutalità del sentimento che può aver animato un simile atto, una sorpresa che provano anche gli amici del giovane badante trasteverino. I segni scabri del bulino sulla parete scura lasciano parole e ricordi indizi di qualcosa che è stato sotterrato da qualche parte durante la guerra. Un tesoro verso il quale si faranno accompagnare dall’anziano poeta in una gita fuori porta, durante la quale non saranno più 4 ragazzi e un anziano, ma solo 5 uomini in missione. La genuinità spigolosa del giovane trasteverino interprertato da Andrea Carpenzano (che ricorda vagamente la meraviglia del Mastandrea degli esordi in Cuore Cattivo) e la contaminante umanità di Giuliona Montaldo nei panni del vecchio poeta (che raggiunge l’autenticità propria dei non professionisti) si sposano perfette e trascinano il pubblico in una storia a volte straniante e spesso commovente.
L’allegra sofferenza e lo strazio lieve dell’avventura affettuosa di un “bisnonno” e un “nipote”, di un grande uomo senza memoria e del suo giovane compagno senza prospettive, sono sentimenti immediati, irresistibili. Il regista Francesco Bruni dosa abilmente un crescendo emotivo arricchito da intuizioni visive (i ricordi confusi di Giorgio che si materializzano, lo studio con le poesie incise nei muri, come nelle celle del carcere dei detenuti politici di Via Tasso o di San Vittore), non può che concludersi in un piccolo finale ideale, dove ancora una volta parole come Memoria e Poesia si confermano temi decisivi, senza sottolinearli ossessivamente.

Il regista Francesco Bruni, sceneggiatore di buona parte del miglior cinema italiano degli ultimi 25 anni, ha scelto questa storia dal canestro delle buone idee da tramutare nel suo terzo film dopo Scialla!
Giuliano Montaldo, qui attore dall’indubbia simpatia istintiva e dalla sorprendente capacità di influenzare la storia con la propria presenza interpreta perfettamente il poeta 85enne amico intimo di Sandro Pertini che ha vissuto da giovane spettatore lo strazio della guerra e dei bombardamenti su Pisa che gli annientarono la famiglia intera. Alessandro (il nipote mancato) è un 22enne trasteverino che ha abbandonato gli studi per spacciare nel quartiere con i suoi tre fidati amici. I due, ovviamente, sono agli antipodi. Uno giovane e l’altro anziano, uno ignorante e l’altro colto, uno pacato e l’altro turbolento, uno della Roma e l’altro tifoso del Grande Torino, uno visibilmente malato e l’altro nel fiore dell’età. Eppure giorno dopo giorno, passeggiata dopo passeggiata e sigaretta dopo sigaretta nasce un’inattesa complicità tra Giorgio e Alessandro, fatta di incomprensioni figlie della malattia e di ricordi che tornano a galla, di tenerezze inaspettate e amicizie impreviste.

Francesco Bruni ha solidamente attinto dalla propria esperienza di figlio alle prese con l’Alzheimer per delineare i lineamenti di un personaggio malinconicamente dolce. Giuliano Montaldo, nato attore negli anni ’50 per poi tramutarsi in acclamato regista, ne indossa straordinariamente i pesanti ed eleganti abiti. Un uomo dalla classe d’altri tempi, frenato dalla memoria ormai andata ma ancora gentile nei modi e accogliente nell’animo. Montaldo è il tenue ma al tempo stesso abbagliante faro che illumina un film anomalo, quasi inclassificabile, perché costantemente in bilico tra commedia e dramma
Il bravo Andrea Carpenzano, esordiente al cinema in un ruolo tanto delicato, ha il volto da bravo ragazzo, sotto quella maschera da coattello di quartiere che ostinatamente indossa. Con lui e i suoi tre inseparabili e nullafacenti amici Bruni si sbizzarrisce, tra sigarette, canne, partite a poker e con la Playstation.
Un film sulla memoria, storica e personale; sui rapporti, d’amicizia e familiari; ed infine sull’amore, mai dimenticato anche se da tempo perduto, perché se nella poesia ti è permesso di amare chi vuoi, nella vita puoi amare solo chi ti è accanto.

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