Le recensioni dell’OSTE – “Il Clan”

Le recensioni dell’OSTE – “Il Clan”

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Il clan è un film incalzante, ben confezionato e capace di raccontare un caso vero come quello della famiglia Puccio che diventa emblematico del carattere autoritario e criminale di un regime come il Proceso de Reorganización Nacional argentino guidato dal Generale Leopoldo Gualtieri, che compare anche in un Ampex dell’epoca in cui glorifica gli eroi sfigati della battaglia delle Malvinas.

Il film è incentrato sulla famiglia Puccio: una normale e stimata famiglia della media borghesia argentina, protagonista di alcuni sequestri di persona finiti con l’esecuzione dell’ostaggio. A capo del “clan” Arquímedes Puccio, che dopo anni di attività in servizi segreti e gruppi paramilitari tra la fine della dittatura e i primi anni della democrazia, si riciclò come sequestratore “puro” a solo scopo estorsivo.  Un personaggio granitico e immutabile convinto della giustizia del proprio agire, fuori da ogni regola.

A interpretare questo difficile personaggio c’è Guillermo Francella, nel cinema argentino solitamente impegnato in ruolo comici. Il regista Trapero ribalta il suo abituale cliché, come se volesse duplicare nell’interprete la “doppiezza” del personaggio. Accanto al capofamiglia, Alex il brillante primogenito star del rugby locale, tormentato dai dubbi e in diversi momenti sul punto di abbandonare la follia paterna. Alex impersona la difficoltà di dire “no” alle lusinghe e alla violenza introducendo spunti di riflessione sulla effettiva innocenza, non solo sua, ma di parti importanti della società argentina rispetto al regime militare.

Il Clan è asciutto, caustico, mostra quel lato algido della vita che spesso e volentieri viene celato; una sequela di crudeltà ingiustificata e al tempo stesso vissuta normalmente, che contamina la pellicola dall’inizio alla fine. Attraverso un montaggio molto ‘americano’ con una fotografia “ballerina” che passa dal chiaro allo scuro in base al contesto proposto, Trapero tenta di far “vivere” allo spettatore le innumerevoli prese di coscienza dei protagonisti, da quelle più inqualificabili a quelle piacevolmente persuasive ed accettabili. La fotografia e la grana della pellicola (fa sorridere parlare ancora di grana nell’era digitale) ricorda un film coevo come “ARGO” di Ben Affleck, guarda caso un film su una storia vera del 1979 mentre il
Clan è ambientato nel 1981
Juan Pedro Lanzani, interpreta il figlio passionale ed insicuro. Quello che viene attuato è principalmente un rapporto interscambiabile, ambiguo, con una rappresentazione  di padre e figlio che non eccede mai sul piano dell’immoralità umana, evitando qualsiasi  tipo di “seduzione malefica”.

Il Clan narra con efficacia il contesto famigliare di questa tragedia culminata in una sequela di ergastoli e pene irrorate a tutta la famiglia, finalmente messa di fronte alla realtà e all’orrore delle azioni compiute.
Il prezzo pagato sarà altissimo. Verrà disvelato nei titoli di coda, come nei migliori film basati su storie vere.
Una incredibile verità pretesto per esporre una rappresentazione soggettiva di una vicenda di cronaca realmente accaduta, cercando di ritmarla nel miglior modo possibile. Qualche perplessità sulla colonna sonora utilizzata (peraltro molto bella) ma eminentemente Yanqui, con molti Beatles, nemmeno ci trovassimo in un sobborgo wasp del New England.

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