Le Recensioni dell’OSTE – “Cuori Puri”

Le Recensioni dell’OSTE – “Cuori Puri”

C’è la una periferia romana autentica che fa da sfondo al film di Roberto De Paolis che ha debuttato nei lungometraggi con questa sua opera prima direttamente a Cannes, nella sezione Quinzaine des réalisateurs.
E’ una periferia romana che raffigura gli antipodi che si incontrano in un territorio degradato, ricco solo di miserie umane che si trovano in un parcheggio desolato e desolante. La rete del parcheggio simboleggia fisicamente la divisione tra Stefano, un balordo che fa il guardiano alle macchine, e Agnese una studentessa cattolica impegnata nel volontariato.

Lui è l’espressione stessa della marginalità, cresciuto in un clima di violenza che lo porta a delinquere insieme a un branco rappresentato magistralmente. Si ha la sensazione che si reciti a soggetto tanta è la spontanea vitalità di alcune scene che vedono come protagonista Stefano interpretato da un grande Simone Liberati (il Mirko di Suburra).

Lei  è una bambina donna che soffia le candeline del suo diciottesimo compleanno circondata da una bambagia ottundente fatta di schitarrate prese da Radio Maria e fede impartita e imparata a memoria.

Nella diversità di religione, di etnia, di vita, l’incontro si rivela possibile, e il trovarsi diviene tanto più forte quanto apparentemente inconciliabile con la realtà di provenienza dei due giovani, che vivono le loro contraddizioni, tra il bene e il male, tra il “sacrificio” e il “divertimento” come cita testualmente il parroco di Agnese (un efficacissimo Stefano Fresi in una interpretazione agli antipodi di quella che lo ha reso famoso in “Smetto quando voglio” ).  Il prete promuove il libero arbitrio, la possibilità del dubbio, apre il cuore dei suoi giovani parrocchiani a una religione che non deve essere privazione o punizione, ma libera scelta nel nome di un amore e di un cuore semplice. Si adopera con passione nell’incontro con i giovani, che al pari di Agnese conservano frammenti di quella purezza infantile e sincera, come un bagno a mare in un pomeriggio d’estate.

Fa da controcanto a questa figura positiva e portatrice di una religiosità semplice e includente, la figura della madre di Agnese, autoritaria, intrisa di un cattolicesimo integralista, una madre che zavorra i sentimenti della figlia. Una donna inacidita e frustrata, posseduta da una religiosità settaria e avvelenata dal senso di colpa provato e ritrasmesso, in nome di un affetto materno “malato”. E’ la madre intransigente ispettrice della vita della figlia, superba giustiziera delle azioni degli altri e cultrice del rito e dell’apparenza che porta la figlia ad una scelta che appare allo spettatore (in un primo momento) del tutto incomprensibile.

Con i suoi personaggi, De Paolis descrive una realtà dove bene e male perdono significato fino a diventare concetti del tutto relativi. L’errore è ammesso, è concesso a tutti. La costante aspirazione dell’uomo alla perfezione si infrange con l’umanità che finisce per essere sempre vittoriosa “come un GPS, ricalcola il percorso” e lo riporta a casa (ancora la metafora del prete efficacemente didascalico).
Magari quel tragitto è convulso ed affannato come la corsa finale di Agnese, interpretata da Selene Caramazza (alla sua prima prova cinematografica). Agnese corre disperata verso l’unica direzione giusta: verso Stefano  verso l’altro, verso il diverso da sé e quella corsa culmina in un abbraccio struggente che sancisce l’incontro di due cuori così diversi e così affini.

Roberto De Paolis ha la rara abilità di rendere la telecamera trasparente alla storia, anche se alcune sequenze sono ben altro che momenti di transizione. Una per tutte: quando i due protagonisti guardano il medesimo fumo nero in lontananza da due punti cardinali opposti, uno stacco di montaggio che, come tutto il film, fa battere il cuore. Forte. 1492701994596

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