Le recensioni dell’OSTE – ELLE

Le recensioni dell’OSTE – ELLE

elle-headerUn grande film girato magistralmente da Paul Verhoeven che ha saputo entrare nella vicenda di Michèle descritta nel libro “Oh…” (un best sellers del francese Philippe Dijan), trasfigurando in modo arguto, dettagli, dialoghi, sguardi di una Isabelle Huppert all’apice delle sue prestazioni. Traspare la bravura di chi sceglie di adattare un soggetto niente affatto semplice o banale rispettandone i codici senza rinunciare alla propria cifra stilistica che potremmo riassumere nella “tensione erotica” che pervade questo film dove il sesso è intravisto e mai contemplato.

Il regista di “Basic Istinct” ha poco a che fare con il maturo cineasta che ha saputo districarsi nel terreno minato della narrazione di uno strupro che assale lo spettatore sin dai titoli di testa. Ma si commetterebbe un imperdonabile errore relegando questa storia intricata e coinvolgente nella sola risoluzione dell’enigma iniziale. Chi è il misterioso stupratore, efferato, violento e talmente insidioso da farsi strada nella mente della vittima fino ad assurgere a figura cercata e quasi invocata? Non sveleremo certo il suo nome per non rovinarvi la tensione che vi assalirà fino dai primi minuti di questo spettacolo, dosato nei toni e paradossalmente delicato nel rispetto delle diverse figure che compongono un affresco contemporaneo e amaro della borghesia francese.

La protagonista è una cinquantenne in carriera, viene stuprata in casa sua. Nella prima scena dopo i titoli di testa su sfondo nero ci viene proposta la scena della stupro, la violenza si è già consumata, Michèle si rialza dal pavimento, si ricompone e va a farsi un bagno caldo. Poi la vita riprende normale. Verhoeven mette in scena una grottesca carrellata di personaggi che rappresentano la vita di Michèle. Il figlio scemo, viziato, senza palle e senza alcun talento, che è ossessionato dall’idea di riscattarsi dal grigiore diventando padre, la mamma ottantenne, gonfia di botox e silicone fidanzata con un giovane gigolò; l’ex-marito, scrittore fallito, cui ancora fa scenate di gelosia, la coppia di vicini, lei cattolica praticante devota e bigotta, lui mediocre bancario dai tratti ruvidi e affascinanti; la coppia di grandi amici, la collega inseparabile con cui ha un rapporto di attrazione morbosa, e il marito di lei, con cui invece va a letto senza sensi di colpa verso l’amica che, a sua volta, la fa sentire una madre incapace per il rapporto  che sa intrattenere con suo figlio. E poi il padre, che si intravede solo dalla tv o da foto d’epoca, un uomo condannato all’ergastolo per aver fatto compiuto una strage trent’anni prima, il cui marchio d’infamia e vergogna è ricaduto negli anni seguenti proprio su Michèle e il suo tentativo di vivere un vita normale, al riparo dagli occhi degli indignati di professione.

Questo suo stato di vittima perenne riesplode proprio nell’attualità della vicenda cui assistiamo. La violenza sessuale subita, con la volontà di non lamentarsene, di non coinvolgere la polizia e le persone care, riaccende nella protagonista quella condizione di soccombente che l’ha accompagnata negli anni della giovinezza e della maturazione. Sarà forse per questo che Michèle finisce per rincorrere il suo aguzzino, alla ricerca di nuove violenze? Verhoeven abilmente non fornisce risposte ma qualche considerazione siamo in grado di trarla.

Verhoeven non è un guardone, un maniaco, un pruriginoso regista di serie B.

Verhoeven non si compiace e non insiste con la camera sui particolari violenti, il sangue è solo evocato e quasi mai mostrato in tutta la sua potenza evocativa.

Verhoeven è un cineasta che riflette sul sesso, sul non detto attorno ad esso, e su quanto condizioni le vite delle persone, al punto da sdoppiarle e farle combattere contro se stesse.

“Elle” è una farsa contemporanea e grottesca sull’ambiguità. Una rappresentazione efficace dove tutti hanno un volto vero e recitano un ruolo parallelo, in questo thriller spassoso e a tratti  demenziale.
Amore e odio, attrazione e repulsione, ambizione e vittimismo, istinto familiare e inettitudine: ciascun personaggio ruota attorno alla protagonista in lotta per il suo posto nel mondo.

Su tutti giganteggia chiaramente l’antieroina Michèle, permettendo alla Huppert un’altra prova di bravura sesquipedale, non tradisce emozioni, istinti violenti o voglia di vendetta esplicita, ma scatena una furia masochista nell’annullarsi fra le braccia di un violentatore di cui conosce l’identità e che, per motivi esattamente opposti a lei, recita anch’egli una parte per liberare la propria personalità soffocata dall’ipocrisia in cui è intriso.

Verhoeven è cambiato nel suo mettere in scena il sesso, sia nel piglio con cui affonda l’obiettivo della sua macchina da presa nel cervello dei suoi personaggi. La sua versione giovanile era chiassosa, burbera e semplificatrice.

Ora è tornato alle origini, a un cinema europeo da interni, a movimenti di macchina parchi e studiati e, soprattutto, a un’attenzione quasi totalizzante verso i dialoghi e la psiche.

Discorso a parte merita il suono del film. Direi che le scene di violenza dura non sono tanto visive, quanto auditive. L’esperienza di immedesimazione non passa dagli occhi (o meglio non solo da quelli) ma soprattutto dai suoni percepiti in un modo iper realistico. Le botte assestate sul corpo di Michellè fanno trasalire per la la loro sonorità aumentata. L’immagine e il corpo non è più ostentato come ai tempi dell’oltraggiosa Sharon Stone, ma è svelato con parsimonia, guidato da perversioni che non sono più mostrate attraverso la lente materiale del dettaglio fisico, il filtro ormai è caduto. L’inquietante perversione di Michèle, che trasforma un sopruso sofferto in un rituale liberatorio, è figlia di tutto ciò che abbiamo visto: un accumulo di tensioni, falsità, inquietudini familiari, sociali, lavorative.
“Elle”, è satira pura e acuminata sulla ipocrisia dei nostri giorni, il sadomasochismo si amplifica ai rapporti sociali, lavorativi, parentali. Verhoeven, mostra una Francia e una Parigi dove tutta la cronaca vissuta negli ultimi tempi fa da cornice alla commedia nera che non può che tracimare nel grottesco finale dove la violenza e le vergogne del passato sono pronte a deflagrare anche se tenute abilmente nascoste. Un finale che riserva però un paio di sorprese autentiche che non mancheranno di farvi trasalire. La battuta finale della vicina cattolica vale tutto il film.

Da vedere e rivedere

GARMUGIA all’Osteria del Cinema             (un piatto RARO)

GARMUGIA all’Osteria del Cinema (un piatto RARO)

Garmugia lucchese - Primi piatti della cucina toscana

LA GARMUGIA ovvero la zuppa simbolo della primavera all’Osteria del Cinema da Venerdì 31 Marzo fino a  Domenica 2 Aprile. E’ un piatto unico che nasce tra le mura e gli orti di Lucca nel XVII secolo e viene preparata solo per un paio di settimane in cui la natura si risveglia e regala i primi germogli.
La Garmugia è l’inno alla rinascita, al risveglio. E’ una spinta a recuperare energie in una primavera fatta piatto che racchiude il sapore del nuovo. Solo un paio di settimane per trovare le primizie più delicate e tenere, i carciofi più piccoli e tosti, gli asparagi più sottili e croccanti, le fave più piccole e dolci.
Deve il suo nome al dialetto lucchese che così chiama il germoglio. Lucca fino al 1847 non faceva parte del Granducato di Toscana, era uno stato a se stante; Repubblica indipendente fino al 1805 e poi Ducato di Lucca fu annesso al Granducato solo alla vigilia della unificazione Italiana. In definitiva Lucca diventa Toscana solo quando la Toscana diventa Italia; prima si trattava di due stati autonomi con tanto di frontiere e di dogane e quindi con tradizioni e culture diversificate. È naturale quindi che certe tradizioni si siano radicate solo in piccole nicchie di questo territorio.

A differenza di altre zuppe povere e brodose, non necessita di troppi liquidi che ne annacquerebbero la peculiare freschezza, inoltre contiene elementi che testimoniano la sua origine “ricca” come i tocchetti di manzo che contribuiscono ad elevare il piatto nel novero di quelli destinati ai signori lucchesi che (a quei tempi) potevano permettersi la carne di Chianina.

Si è sempre considerato la Garmugia il piatto delle puerpere, delle partorienti e delle persone in convalescenza, perché il suo apporto di vitamine e proteine è un vero toccasana. Contrariamente a molte ricette toscane che vedono la presenza del pane abbruscato in fondo al piatto, la Garmugia vuole che il pane sia messo sopra ed irrorato con ottimo olio extravergine. Noi la facciamo seguendo una ricetta lucchese riportata in un libro di cucina di Alfonso del Poggio, padre domenicano che nel XVIII secolo trascrisse per primo gli equilibri delicati di questo piatto raro che non trova paragoni altre cucine regionali. Anche la sorella di Napoleone che a lungo soggiornò a Lucca , la Duchessa Elisa Bonaparte Baciocchi, cita questa minestra “particulare e odorosissima”
in una lettera indirizzata al fratello.

All’Osteria del Cinema la potrete gustare solo in due week end : Dal 31 Marzo al 2 Aprile e in quello successivo (Venerdì 7 – Sabato 8 e Domenica 9). Dopo è troppo tardi e i germogli diventano introvabili mutandosi in frutti maturi della terra.   garmugia_5643

Le Recensioni dell’OSTE – Rosso Istanbul

Le Recensioni dell’OSTE – Rosso Istanbul

rosso-istanbul-film-ozpetek_980x571Tutto è precario è incerto in questo film tratto dal romanzo di Ferzan Özpetek che ha voluto emulare Sorrentino, facendo uscire un libro molto leggero a cui è seguito questo film decisamente meno leggero. Nel libro i luoghi e i personaggi sono più persistenti e penetranti, nel film si volatizzano senza darti il tempo di affezionarti o di intuirli mentre Istanbul fa da sfondo con prospettive newyorkesi e rari scorci di un tempo antico. Personaggi mossi come burattini tra le dita esperte di un grande manipolatore che (non a caso) è un regista di successo che si muove tra Roma Londra e Parigi. Qui l’autobiografia è spinta quasi al limite arrivando a rendere il regista raffigurato e quello reale del tutto sovrapponibili.
La storia si affida un po’ a sè stessa tentando anche un’incursione subito rinnegata nel genere giallo, il film pare svoltare quando il regista scompare nel nulla, ma è solo un gioco di riflessi, come nel finale confuso, quando l’amato/odiato primo amore finisce suicida e annegato esattamente come nella trama che anticipa la realtà e l’editor Ohran (un magistrale Halit Ergenç, sconosciuto al di fuori del suo paese) chiamato per rifinire il libro e (forse) anche la sceneggiatura, finisce per incontrare tutti i suoi fantasmi che credeva sepolti in un passato remoto foderato di oblio. Così l’editor Ohran diventa il motore della storia e uno dei tanti alter ego di Ferzan Özpetek che si è molto impegnato a disseminare parti di sè in ogni personaggio del suo film in assoluto più autobiografico.
Ohran capitola metro dopo metro a Istanbul e alla sua avvolgente malia, fino a diventarne un felice prigioniero. Giunge da Londra algido e integro come un pastore anglicano e si ritrova a cedere ai mostri del passato che pensava domati. Emblematici alcool e fumo usati come simboli di una ritrovata debolezza e cedevolezza. La sofferenza per la tragedia che lo ha allontanato da Istanbul lo assale e lo prostra proprio quando incontra Neval, una visione e un ideale che si rivelerà irraggiungibile. Nulla può contrastare il dolore di Orhan, pare che catalizzi tutta la sofferenza possibile con una incredibile tenacia.
L’apparizione di Neval (un altra rivelazione ahimè impronunciabile: Tuba Büyüküstünper) non riuscirà a salvare l’editor dalla sua immensa disperazione. Nemmeno l’amore possibile che esplode tangibile tra i due riesce nell’impresa.
E’ un film molto diverso dagli altri girati da Özpetek, l’unico stilema sopravvissuto agli altri dieci film del regista turco è l’icona Serra Yılmaz apparsa in quasi tutti i suoi lavori. Qui impersona una serva stizzita e autoritaria con una eccessiva caratterizzazione che la avvicina (troppo) a Tina Pica.
Complessivamente lento, a tratti statico, Rosso Istanbul affascina per i suoi momenti di struggente bellezza. L’inquadratura delle spalle di Neval durante la festa nel grattacielo di Istanbul Ovest varrebbe da sola il biglietto.
Ma non si vive di soli dettagli e di obiettivi Panchro seppure usati magistralmente.
Ritmo lento e indugi per atmosfere un troppo sospese e rarefatte, tra un numero abnorme di the e caffè sorbiti in ogni occasione. Finale aperto in equilibrio tra visione e realtà. Da vedere con attenzione e molta pace interiore.

Le Recensioni dell’OSTE – “LA LA LAND”

Le Recensioni dell’OSTE – “LA LA LAND”

Esistono molti modi di porsi rispetto a film come LA LA LAND.
Vi suggerisco quello più semplice:
-Eliminate ogni preconcetto rispetto ai Musical sia positivo che negativo.
-Eliminate ogni pregiudizio rispetto ai film che narrano una storia d’amore dove il protagonista suona il Jazz.
-Eliminate ogni ritrosia rispetto alle storie d’amore inizialmente difficile e poi impossibile.
-Eliminate anche ogni diffidenza rispetto alle ambientazioni Hollywodiane.
LA LA LAND le farà saltare tutte, quindi …
Non resistete, rilassate il sopracciglio, distendete la piega delle labbra e abbandonatevi al puro cinema, alla narrazione di una storia bella e del tutto godibile, esteticamente perfetta, assistita da una scenografia che corre il rischio di risultare stucchevole per la trama (certo non nuova) senza però cadere nelle trappole del romanticismo edulcorato.
Non ascoltate gli esperti che parleranno della “legnosità” di Ryan Gosling e della voce non convincente di Emma Stone.
Sono due giganti che vinceranno l’Oscar per il miglior protagonista maschile e per quello femminile.
Dobbiamo tutto ad un giovane regista canadese che dirige con il piglio di un professionista navigato e le innovazioni tipiche di chi si è fatto le ossa con i lungometraggi. Grande padronanza e stile asciutto. Passione smisurata per il Jazz che trapela in ogni immagine dedicata a inquadrarne i musicisti.
Colonna sonora da “ola pilifero” per un tema originale composto da Justin Hurwitz, che domina tutto il film e lo permea di soffusa nostalgia.
In sintesi… BELLISSIMO (a patto che vi abbandoniate)

Le recensioni dell’OSTE – “In guerra per amore”

Le recensioni dell’OSTE – “In guerra per amore”

imagesEmozionante e didascalico, anche se può sembrare il prodotto perfetto per le scolaresche delle medie inferiori. Ricostruzioni d’ambiente accurate, una storia che si dipana leggera, una fotografia garbata, come delicata e surreale la sceneggiatura che si avvale di aspetti decisamente più consoni alla favola che alla narrazione realistica. Poi d’improvviso tutto cambia passo e metrica. Come se un’altro regista si fosse impadronito del film nell’ultimo quarto d’ora. Quella che sembrava una storia d’amore un po’ comica e ricca di gustosi siparietti, si rompe, travolgendo lo spettatore quando viene svelato l’oggetto sociale di questo film diretto magistralmente da Pierfrancesco Diliberto di anni di anni 44, in arte PIF.
La guerra di liberazione condotta dagli americani assume connotati sinistri, che nulla hanno a che spartire con le verità edulcorate. L’invasione della Sicilia segna una svolta precisa affermando una prassi usata nei decenni a venire per esportare la libertà. Il generale Patton usa la mafia teleguidata da Lucky Luciano per conquistare e controllare il territorio, lasciandolo più schiavo di prima e con tutti i criminali scarcerati assegnatari di poteri reali.
La speranza e l’interesse che lo spettatore nutre verso Arturo e Fiona vengono esaitprati dallo stupore e dall’angoscia scoprendo il lato oscuro della guerra di liberazione. Dirompente il discorso finale tenuto da Don Calò sulla democrazia, che la mafia si arrogava di rappresentare. Compaiono come camei incastonati nella storia di sottofondo: Ciancimino, Sindona, Vizzini e gli altri collusi e conniventi ancora alle prime armi, giovinotti già affamati e rabbiosi.
Colpiscono anche i ruoli secondari come quelli di Mimmo e Saro, il loro rapporto di forte amicizia vira verso qualcosa di più tenero ed inesprimibile, soprattutto nel 1943 in una cultura isolana chiusa e tetragona. Come è ben riuscita la figura del Tenente Catelli, che con il suo coraggio frammisto alla generosità, si fa portatore di una causa persa, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera ma riuscendo a trasformare il personaggio di Arturo. Il suo sacrificio farà aprire gli occhi al giovane ragazzo sulle priorità della vita.
Splendide le riprese della Sicilia, e il tratteggio dei caratteristi che concorrono a rendere l’atmosfera del conflitto alleggerendo i passi più drammatici.
In conclusione un bel film che fa pensare e sa far emozionare. Pif si conferma un attore capace e dotato oltre che un regista dal taglio maturo e asciutto.
Nessun compiacimento, nessuna insistenza sui momenti tragici di questa pellicola. Un lavoro ben riuscito che farà sicuramente bene al cinema italiano.

Le recensioni dell’OSTE – “Il Clan”

Le recensioni dell’OSTE – “Il Clan”

clan

Il clan è un film incalzante, ben confezionato e capace di raccontare un caso vero come quello della famiglia Puccio che diventa emblematico del carattere autoritario e criminale di un regime come il Proceso de Reorganización Nacional argentino guidato dal Generale Leopoldo Gualtieri, che compare anche in un Ampex dell’epoca in cui glorifica gli eroi sfigati della battaglia delle Malvinas.

Il film è incentrato sulla famiglia Puccio: una normale e stimata famiglia della media borghesia argentina, protagonista di alcuni sequestri di persona finiti con l’esecuzione dell’ostaggio. A capo del “clan” Arquímedes Puccio, che dopo anni di attività in servizi segreti e gruppi paramilitari tra la fine della dittatura e i primi anni della democrazia, si riciclò come sequestratore “puro” a solo scopo estorsivo.  Un personaggio granitico e immutabile convinto della giustizia del proprio agire, fuori da ogni regola.

A interpretare questo difficile personaggio c’è Guillermo Francella, nel cinema argentino solitamente impegnato in ruolo comici. Il regista Trapero ribalta il suo abituale cliché, come se volesse duplicare nell’interprete la “doppiezza” del personaggio. Accanto al capofamiglia, Alex il brillante primogenito star del rugby locale, tormentato dai dubbi e in diversi momenti sul punto di abbandonare la follia paterna. Alex impersona la difficoltà di dire “no” alle lusinghe e alla violenza introducendo spunti di riflessione sulla effettiva innocenza, non solo sua, ma di parti importanti della società argentina rispetto al regime militare.

Il Clan è asciutto, caustico, mostra quel lato algido della vita che spesso e volentieri viene celato; una sequela di crudeltà ingiustificata e al tempo stesso vissuta normalmente, che contamina la pellicola dall’inizio alla fine. Attraverso un montaggio molto ‘americano’ con una fotografia “ballerina” che passa dal chiaro allo scuro in base al contesto proposto, Trapero tenta di far “vivere” allo spettatore le innumerevoli prese di coscienza dei protagonisti, da quelle più inqualificabili a quelle piacevolmente persuasive ed accettabili. La fotografia e la grana della pellicola (fa sorridere parlare ancora di grana nell’era digitale) ricorda un film coevo come “ARGO” di Ben Affleck, guarda caso un film su una storia vera del 1979 mentre il
Clan è ambientato nel 1981
Juan Pedro Lanzani, interpreta il figlio passionale ed insicuro. Quello che viene attuato è principalmente un rapporto interscambiabile, ambiguo, con una rappresentazione  di padre e figlio che non eccede mai sul piano dell’immoralità umana, evitando qualsiasi  tipo di “seduzione malefica”.

Il Clan narra con efficacia il contesto famigliare di questa tragedia culminata in una sequela di ergastoli e pene irrorate a tutta la famiglia, finalmente messa di fronte alla realtà e all’orrore delle azioni compiute.
Il prezzo pagato sarà altissimo. Verrà disvelato nei titoli di coda, come nei migliori film basati su storie vere.
Una incredibile verità pretesto per esporre una rappresentazione soggettiva di una vicenda di cronaca realmente accaduta, cercando di ritmarla nel miglior modo possibile. Qualche perplessità sulla colonna sonora utilizzata (peraltro molto bella) ma eminentemente Yanqui, con molti Beatles, nemmeno ci trovassimo in un sobborgo wasp del New England.