Le Recensioni dell’OSTE – Rosso Istanbul

Le Recensioni dell’OSTE – Rosso Istanbul

rosso-istanbul-film-ozpetek_980x571Tutto è precario è incerto in questo film tratto dal romanzo di Ferzan Özpetek che ha voluto emulare Sorrentino, facendo uscire un libro molto leggero a cui è seguito questo film decisamente meno leggero. Nel libro i luoghi e i personaggi sono più persistenti e penetranti, nel film si volatizzano senza darti il tempo di affezionarti o di intuirli mentre Istanbul fa da sfondo con prospettive newyorkesi e rari scorci di un tempo antico. Personaggi mossi come burattini tra le dita esperte di un grande manipolatore che (non a caso) è un regista di successo che si muove tra Roma Londra e Parigi. Qui l’autobiografia è spinta quasi al limite arrivando a rendere il regista raffigurato e quello reale del tutto sovrapponibili.
La storia si affida un po’ a sè stessa tentando anche un’incursione subito rinnegata nel genere giallo, il film pare svoltare quando il regista scompare nel nulla, ma è solo un gioco di riflessi, come nel finale confuso, quando l’amato/odiato primo amore finisce suicida e annegato esattamente come nella trama che anticipa la realtà e l’editor Ohran (un magistrale Halit Ergenç, sconosciuto al di fuori del suo paese) chiamato per rifinire il libro e (forse) anche la sceneggiatura, finisce per incontrare tutti i suoi fantasmi che credeva sepolti in un passato remoto foderato di oblio. Così l’editor Ohran diventa il motore della storia e uno dei tanti alter ego di Ferzan Özpetek che si è molto impegnato a disseminare parti di sè in ogni personaggio del suo film in assoluto più autobiografico.
Ohran capitola metro dopo metro a Istanbul e alla sua avvolgente malia, fino a diventarne un felice prigioniero. Giunge da Londra algido e integro come un pastore anglicano e si ritrova a cedere ai mostri del passato che pensava domati. Emblematici alcool e fumo usati come simboli di una ritrovata debolezza e cedevolezza. La sofferenza per la tragedia che lo ha allontanato da Istanbul lo assale e lo prostra proprio quando incontra Neval, una visione e un ideale che si rivelerà irraggiungibile. Nulla può contrastare il dolore di Orhan, pare che catalizzi tutta la sofferenza possibile con una incredibile tenacia.
L’apparizione di Neval (un altra rivelazione ahimè impronunciabile: Tuba Büyüküstünper) non riuscirà a salvare l’editor dalla sua immensa disperazione. Nemmeno l’amore possibile che esplode tangibile tra i due riesce nell’impresa.
E’ un film molto diverso dagli altri girati da Özpetek, l’unico stilema sopravvissuto agli altri dieci film del regista turco è l’icona Serra Yılmaz apparsa in quasi tutti i suoi lavori. Qui impersona una serva stizzita e autoritaria con una eccessiva caratterizzazione che la avvicina (troppo) a Tina Pica.
Complessivamente lento, a tratti statico, Rosso Istanbul affascina per i suoi momenti di struggente bellezza. L’inquadratura delle spalle di Neval durante la festa nel grattacielo di Istanbul Ovest varrebbe da sola il biglietto.
Ma non si vive di soli dettagli e di obiettivi Panchro seppure usati magistralmente.
Ritmo lento e indugi per atmosfere un troppo sospese e rarefatte, tra un numero abnorme di the e caffè sorbiti in ogni occasione. Finale aperto in equilibrio tra visione e realtà. Da vedere con attenzione e molta pace interiore.

Le Recensioni dell’OSTE – “LA LA LAND”

Le Recensioni dell’OSTE – “LA LA LAND”

Esistono molti modi di porsi rispetto a film come LA LA LAND.
Vi suggerisco quello più semplice:
-Eliminate ogni preconcetto rispetto ai Musical sia positivo che negativo.
-Eliminate ogni pregiudizio rispetto ai film che narrano una storia d’amore dove il protagonista suona il Jazz.
-Eliminate ogni ritrosia rispetto alle storie d’amore inizialmente difficile e poi impossibile.
-Eliminate anche ogni diffidenza rispetto alle ambientazioni Hollywodiane.
LA LA LAND le farà saltare tutte, quindi …
Non resistete, rilassate il sopracciglio, distendete la piega delle labbra e abbandonatevi al puro cinema, alla narrazione di una storia bella e del tutto godibile, esteticamente perfetta, assistita da una scenografia che corre il rischio di risultare stucchevole per la trama (certo non nuova) senza però cadere nelle trappole del romanticismo edulcorato.
Non ascoltate gli esperti che parleranno della “legnosità” di Ryan Gosling e della voce non convincente di Emma Stone.
Sono due giganti che vinceranno l’Oscar per il miglior protagonista maschile e per quello femminile.
Dobbiamo tutto ad un giovane regista canadese che dirige con il piglio di un professionista navigato e le innovazioni tipiche di chi si è fatto le ossa con i lungometraggi. Grande padronanza e stile asciutto. Passione smisurata per il Jazz che trapela in ogni immagine dedicata a inquadrarne i musicisti.
Colonna sonora da “ola pilifero” per un tema originale composto da Justin Hurwitz, che domina tutto il film e lo permea di soffusa nostalgia.
In sintesi… BELLISSIMO (a patto che vi abbandoniate)

Le recensioni dell’OSTE – “In guerra per amore”

Le recensioni dell’OSTE – “In guerra per amore”

imagesEmozionante e didascalico, anche se può sembrare il prodotto perfetto per le scolaresche delle medie inferiori. Ricostruzioni d’ambiente accurate, una storia che si dipana leggera, una fotografia garbata, come delicata e surreale la sceneggiatura che si avvale di aspetti decisamente più consoni alla favola che alla narrazione realistica. Poi d’improvviso tutto cambia passo e metrica. Come se un’altro regista si fosse impadronito del film nell’ultimo quarto d’ora. Quella che sembrava una storia d’amore un po’ comica e ricca di gustosi siparietti, si rompe, travolgendo lo spettatore quando viene svelato l’oggetto sociale di questo film diretto magistralmente da Pierfrancesco Diliberto di anni di anni 44, in arte PIF.
La guerra di liberazione condotta dagli americani assume connotati sinistri, che nulla hanno a che spartire con le verità edulcorate. L’invasione della Sicilia segna una svolta precisa affermando una prassi usata nei decenni a venire per esportare la libertà. Il generale Patton usa la mafia teleguidata da Lucky Luciano per conquistare e controllare il territorio, lasciandolo più schiavo di prima e con tutti i criminali scarcerati assegnatari di poteri reali.
La speranza e l’interesse che lo spettatore nutre verso Arturo e Fiona vengono esaitprati dallo stupore e dall’angoscia scoprendo il lato oscuro della guerra di liberazione. Dirompente il discorso finale tenuto da Don Calò sulla democrazia, che la mafia si arrogava di rappresentare. Compaiono come camei incastonati nella storia di sottofondo: Ciancimino, Sindona, Vizzini e gli altri collusi e conniventi ancora alle prime armi, giovinotti già affamati e rabbiosi.
Colpiscono anche i ruoli secondari come quelli di Mimmo e Saro, il loro rapporto di forte amicizia vira verso qualcosa di più tenero ed inesprimibile, soprattutto nel 1943 in una cultura isolana chiusa e tetragona. Come è ben riuscita la figura del Tenente Catelli, che con il suo coraggio frammisto alla generosità, si fa portatore di una causa persa, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera ma riuscendo a trasformare il personaggio di Arturo. Il suo sacrificio farà aprire gli occhi al giovane ragazzo sulle priorità della vita.
Splendide le riprese della Sicilia, e il tratteggio dei caratteristi che concorrono a rendere l’atmosfera del conflitto alleggerendo i passi più drammatici.
In conclusione un bel film che fa pensare e sa far emozionare. Pif si conferma un attore capace e dotato oltre che un regista dal taglio maturo e asciutto.
Nessun compiacimento, nessuna insistenza sui momenti tragici di questa pellicola. Un lavoro ben riuscito che farà sicuramente bene al cinema italiano.

Le recensioni dell’OSTE – “Il Clan”

Le recensioni dell’OSTE – “Il Clan”

clan

Il clan è un film incalzante, ben confezionato e capace di raccontare un caso vero come quello della famiglia Puccio che diventa emblematico del carattere autoritario e criminale di un regime come il Proceso de Reorganización Nacional argentino guidato dal Generale Leopoldo Gualtieri, che compare anche in un Ampex dell’epoca in cui glorifica gli eroi sfigati della battaglia delle Malvinas.

Il film è incentrato sulla famiglia Puccio: una normale e stimata famiglia della media borghesia argentina, protagonista di alcuni sequestri di persona finiti con l’esecuzione dell’ostaggio. A capo del “clan” Arquímedes Puccio, che dopo anni di attività in servizi segreti e gruppi paramilitari tra la fine della dittatura e i primi anni della democrazia, si riciclò come sequestratore “puro” a solo scopo estorsivo.  Un personaggio granitico e immutabile convinto della giustizia del proprio agire, fuori da ogni regola.

A interpretare questo difficile personaggio c’è Guillermo Francella, nel cinema argentino solitamente impegnato in ruolo comici. Il regista Trapero ribalta il suo abituale cliché, come se volesse duplicare nell’interprete la “doppiezza” del personaggio. Accanto al capofamiglia, Alex il brillante primogenito star del rugby locale, tormentato dai dubbi e in diversi momenti sul punto di abbandonare la follia paterna. Alex impersona la difficoltà di dire “no” alle lusinghe e alla violenza introducendo spunti di riflessione sulla effettiva innocenza, non solo sua, ma di parti importanti della società argentina rispetto al regime militare.

Il Clan è asciutto, caustico, mostra quel lato algido della vita che spesso e volentieri viene celato; una sequela di crudeltà ingiustificata e al tempo stesso vissuta normalmente, che contamina la pellicola dall’inizio alla fine. Attraverso un montaggio molto ‘americano’ con una fotografia “ballerina” che passa dal chiaro allo scuro in base al contesto proposto, Trapero tenta di far “vivere” allo spettatore le innumerevoli prese di coscienza dei protagonisti, da quelle più inqualificabili a quelle piacevolmente persuasive ed accettabili. La fotografia e la grana della pellicola (fa sorridere parlare ancora di grana nell’era digitale) ricorda un film coevo come “ARGO” di Ben Affleck, guarda caso un film su una storia vera del 1979 mentre il
Clan è ambientato nel 1981
Juan Pedro Lanzani, interpreta il figlio passionale ed insicuro. Quello che viene attuato è principalmente un rapporto interscambiabile, ambiguo, con una rappresentazione  di padre e figlio che non eccede mai sul piano dell’immoralità umana, evitando qualsiasi  tipo di “seduzione malefica”.

Il Clan narra con efficacia il contesto famigliare di questa tragedia culminata in una sequela di ergastoli e pene irrorate a tutta la famiglia, finalmente messa di fronte alla realtà e all’orrore delle azioni compiute.
Il prezzo pagato sarà altissimo. Verrà disvelato nei titoli di coda, come nei migliori film basati su storie vere.
Una incredibile verità pretesto per esporre una rappresentazione soggettiva di una vicenda di cronaca realmente accaduta, cercando di ritmarla nel miglior modo possibile. Qualche perplessità sulla colonna sonora utilizzata (peraltro molto bella) ma eminentemente Yanqui, con molti Beatles, nemmeno ci trovassimo in un sobborgo wasp del New England.

Le recensioni dell’OSTE – “Il diritto di uccidere”

Le recensioni dell’OSTE – “Il diritto di uccidere”

eye in the skyIl diritto di uccidere non è un thriller, non è un film di guerra, non è un action movie, non è un dramma, bensì un insieme di tutto ciò, tenuto insieme da una regia serrata e incalzante.
Il meccanismo del dito sul grilletto rosso, periodicamente in procinto di essere attivato, è noto e collaudato sin dai tempi di Stranamore, ma qui viene declinato secondo i tempi che stiamo vivendo, quelli di un conflitto gestito in remoto, senza presenza umana in loco. Si scopre che la presenza umana, benchè lontana migliaia di chilometri, in un deserto vicino a Las Vegas, è invece ben presente e fa valere i dubbi etici di sempre. Nel povero caseggiato kenyota al confine con il Senegal si trova un gruppo di terroristi islamici radicali tra cui militano anche cittadini americani e britannici. Stanno per vestire due martiri con i giubbotti imbottiti di esplosivo, la camera remotae fantascientifica ritrae ogni loro gesto, il pericolo è imminente, gli obiettivi vicini. Prima di autorizzare un attacco che li polverizzerebbe dall’alto (grazie a un Drone USAF) vanno considerati più scenari possibili, dando vita a scambi di messaggi e telefonate, tra i militari impazienti di chiudere la missione, i burocrati e i ministri che si rimbalzano a vicenda una decisione di cui non intendono assumersi la responsabilità. L’inaspettato ingresso di una ragazzina keniota che vende pane appoggiata al muro che sarà polverizzato dal missile Hellfire, scombina i piani.
Interviene il dilemma etico di tutti i conflitti: Vale più la morte quasi certa di un ragazzina o quella potenziale di centinaia di persone ?

Il regista Gavin Hood prende posizione ma in modo quasi velato, Il diritto di uccidere riesce a mantenere un’onesta ambiguità etica e morale, ciascuno dei personaggi, mosso da ragioni plausibili appare credibile nelle sue convinzioni, facendoci così intendere che bianco e nero non esistono di fronte a dilemmi di questa portata. E’ oltremodo interessante il discorso che viene affrontato in merito al processo politico/burocratico che s’innesca in situazioni come queste: nessuno vuole prendersi la responsabilità per non correre rischi squisitamente personali. Emerge chiara, al contempo, l’inadeguatezza di chi è chiamato ad assumersi responsabilità così rilevanti producendosi in calcoli inerenti la ricaduta mediatica, sulla propria persona o sulla propria compagine.

C’è una frase di Helen Mirren (che impersona un colonnello arcigno dell’esercito britannico) che pronuncia a seguito delle esitazione di un suo sottoposto: «C’è in ballo molto più di ciò che vede in quest’immagine». Il meccanismo di Eye in the Sky (titolo originale de Il diritto di uccidere) è riassunto in questa semplice battuta che dà idea di ciò che significa nella realtà, una guerra combattuta sui monitor, seduti comodamente a migliaia di chilometri, davanti a the e biscotti, rispetto a dove si sta svolgendo la vera azione. In film è avvincente ancor chè blindato in soli quattro ambienti che si alternano sullo schermo. Eye in the Sky riesce a veicolare anche gli argomenti più scabrosi e attuali, sui quali spesso non si dispone di sufficienti chiavi interpretative. Non importa perciò fino a che punto si è andati in profondità;  Il diritto di uccidere è dedicato ad Alan Rickman, scomparso lo scorso Gennaio, qui nei panni del generale Benson: ottimo e misurato come sempre e come tutto il cast di questo film riuscito ed avvincente.

Le recensioni dell’OSTE – “Julieta”

Le recensioni dell’OSTE – “Julieta”

Julieta
Julieta è un film asciutto, con pochi artifizi. È raccontato in modo semplice e lineare, senza spazio per i manierismi barocchi o per le ironie dissacranti a cui ci ha abituato Pedro Almodòvar.
Tutto è in chiaro, al limite della didascalia, per raccontare questa storia (tutta al femminile) che si dipana tra Madrid, l’Andalusia e la Mancia in un’arco temporale ampio che rende necessario ricorrere a doppi interpreti per raffigurare Julieta, la protagonista di questo dramma. Il regista si avvale di due splendide attrici: Emma Suárez e Adriana Ugarte. Le avvicenda spesso, mantenendo leggibile il filo di una storia che è la sintesi di 3 diversi racconti scritti dal premio nobel canadese Alice Munro.
Una operazione ardua che Aldomòvar porta a termine in totale sicurezza, ma con una mano diversa rispetto ai suoi diciannove film precedenti.
Su questo avvicendamento si incardina una della sequenze chiave del film, destinata ad entrare nella storia della cinematografia.
Sotto un asciugamano che friziona i capelli di Julieta, impersonata da Adriana Ugarte, si realizza un collasso temporale, l’unica licenza fantastica di un film ancorato brutalmente alla realtà.
L’asciugamano si solleva ed appare il volto invecchiato di Adriana Suárez, sigillando Julieta in una pelle che non è più quella della giovane madre luminosa. I capelli ossigenati della movida si spengono in una stoppa spenta dalla colpa, dalla perdita e dalla solitudine.
Il dramma ha lacerato la vita di Julieta trasfigurandola. Il dolore e il senso di colpa per la perdita del marito l’hanno schiacciata e invece di trovare nel suo ruolo di madre la forza per non lasciarsi sopraffare dal dolore, ci naufraga e diventa figlia di sua figlia. E’ Antía ad accudire la madre per poi abbandonarla senza spiegazioni. Spiazzano quasi tutte le scelte umane dei protagonisti, tanto sono discutibili ed eversive, mentre autentico e comprensibile è il vuoto che vive Julieta, nell’attesa della figlia scomparsa.
La sequenza della torta rossa preparata e poi buttata per il diciannovesimo compleanno di Antìa assente è brutale, come le torte seguenti, fino alla cancellazione del ricordo e del dolore provato. Un dolore che ritorna inaspettato come la ricaduta di un tossico: “La tua assenza riempie totalmente la mia vita e la distrugge”, scrive Julieta in una lunga lettera mai consegnata a sua figlia e la sequenza che segue alla voce fuori campo è una carrellata meccanica classica che ritrae la figura di Julieta in controluce (nel fotogramma che ho postato). Probabilmente sarà oggetto di studio nei prossimi corsi per cineasti ed è una della più belle mai girate dal regista della Mancha.
Julieta vive come in esilio in appartamenti che sembrano carceri dopo aver ricevuto tre gradi di giudizio da tre diversi personaggi che hanno emesso la loro sentenza: il suicida del treno, la crudele donna di servizio (una eccezionale Rossy de Palma) e l’odiosa direttrice di un inquietante gruppo spirituale, artefice ultima del distacco di Antìa da Julieta.
La colonna sonora è di impostazione classica con molti contrappunti alla Hitchcook (due note ripetute in minore ad aumentare l’ansia dello spettatore) a cui Pedro Almodòvar tributa la sua venerazione, includendo ancora il cameo di Tinin, il fratello di Pedro, nel ruolo di capotreno. Julieta emoziona ma non troppo, pare un film girato con il freno a mano tirato. Gli attori (tutti) sembrano maschere paralizzate nell’afflizione e nello strazio, con le lacrime trattenute sulla soglia dell’occhio. Se ne intuisce una potenza espressiva che non viene però scatenata, dando così luogo a un un “drama seco, sin gritos”, (sobrio senza strepiti) come da definizione quantomai azzeccata dallo stesso Pedro Aldomòvar alla sua ventesima creatura cinematografica. Si esce con pensieri affollati che necessitano di decantazione, il finale appare quasi ‘tirato via’ come per una necessità di minutaggio. Ma i pensieri affollati necessitano di decantazione, al termine della quale, posso dire che quello era l’unico sensato. Mi è piaciuto e penso che, come certi grandi vini, lo riassaggerò.