Le Recensioni dell’OSTE – “Cuori Puri”

Le Recensioni dell’OSTE – “Cuori Puri”

C’è la una periferia romana autentica che fa da sfondo al film di Roberto De Paolis che ha debuttato nei lungometraggi con questa sua opera prima direttamente a Cannes, nella sezione Quinzaine des réalisateurs.
E’ una periferia romana che raffigura gli antipodi che si incontrano in un territorio degradato, ricco solo di miserie umane che si trovano in un parcheggio desolato e desolante. La rete del parcheggio simboleggia fisicamente la divisione tra Stefano, un balordo che fa il guardiano alle macchine, e Agnese una studentessa cattolica impegnata nel volontariato.

Lui è l’espressione stessa della marginalità, cresciuto in un clima di violenza che lo porta a delinquere insieme a un branco rappresentato magistralmente. Si ha la sensazione che si reciti a soggetto tanta è la spontanea vitalità di alcune scene che vedono come protagonista Stefano interpretato da un grande Simone Liberati (il Mirko di Suburra).

Lei  è una bambina donna che soffia le candeline del suo diciottesimo compleanno circondata da una bambagia ottundente fatta di schitarrate prese da Radio Maria e fede impartita e imparata a memoria.

Nella diversità di religione, di etnia, di vita, l’incontro si rivela possibile, e il trovarsi diviene tanto più forte quanto apparentemente inconciliabile con la realtà di provenienza dei due giovani, che vivono le loro contraddizioni, tra il bene e il male, tra il “sacrificio” e il “divertimento” come cita testualmente il parroco di Agnese (un efficacissimo Stefano Fresi in una interpretazione agli antipodi di quella che lo ha reso famoso in “Smetto quando voglio” ).  Il prete promuove il libero arbitrio, la possibilità del dubbio, apre il cuore dei suoi giovani parrocchiani a una religione che non deve essere privazione o punizione, ma libera scelta nel nome di un amore e di un cuore semplice. Si adopera con passione nell’incontro con i giovani, che al pari di Agnese conservano frammenti di quella purezza infantile e sincera, come un bagno a mare in un pomeriggio d’estate.

Fa da controcanto a questa figura positiva e portatrice di una religiosità semplice e includente, la figura della madre di Agnese, autoritaria, intrisa di un cattolicesimo integralista, una madre che zavorra i sentimenti della figlia. Una donna inacidita e frustrata, posseduta da una religiosità settaria e avvelenata dal senso di colpa provato e ritrasmesso, in nome di un affetto materno “malato”. E’ la madre intransigente ispettrice della vita della figlia, superba giustiziera delle azioni degli altri e cultrice del rito e dell’apparenza che porta la figlia ad una scelta che appare allo spettatore (in un primo momento) del tutto incomprensibile.

Con i suoi personaggi, De Paolis descrive una realtà dove bene e male perdono significato fino a diventare concetti del tutto relativi. L’errore è ammesso, è concesso a tutti. La costante aspirazione dell’uomo alla perfezione si infrange con l’umanità che finisce per essere sempre vittoriosa “come un GPS, ricalcola il percorso” e lo riporta a casa (ancora la metafora del prete efficacemente didascalico).
Magari quel tragitto è convulso ed affannato come la corsa finale di Agnese, interpretata da Selene Caramazza (alla sua prima prova cinematografica). Agnese corre disperata verso l’unica direzione giusta: verso Stefano  verso l’altro, verso il diverso da sé e quella corsa culmina in un abbraccio struggente che sancisce l’incontro di due cuori così diversi e così affini.

Roberto De Paolis ha la rara abilità di rendere la telecamera trasparente alla storia, anche se alcune sequenze sono ben altro che momenti di transizione. Una per tutte: quando i due protagonisti guardano il medesimo fumo nero in lontananza da due punti cardinali opposti, uno stacco di montaggio che, come tutto il film, fa battere il cuore. Forte. 1492701994596

Le Recensioni dell’OSTE – “Tutto quello che vuoi”

Le Recensioni dell’OSTE – “Tutto quello che vuoi”

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Tutto quello che vuoi inizia male, come certi film generazionali a tema fisso. Ma trattasi di impressione che dura pochi minuti, fino a quando irrompe sulla scena il vero protagonista, o meglio, la vera protagonista del film che lo muta in qualcosa di avvolgente, commovente, spiazzante.
Al centro di Tutto Quello Che Vuoi, c’è una stanza che contiene una lunga poesia.
La stanza appartiene a un poeta giunto alla fine del suo umano cammino.
Con la mente offuscata dalla vecchiaia, vive in una casa di ricordi ed è accudito, inizialmente malvolentieri, da un ragazzo pigro, ignorante e prevenuto. Tuttavia anche su quest’animale trasteverino, tutto playstation e botte per strada, e sui suoi amici la suddetta stanza ha un impatto sorprendentemente devastante che mette in moto eventi finanche avventurosi..
La stanza è lo studio del poeta, un ammasso di ricordi sulle cui pareti sono incise centinaia di frasi e parole, ricordi e brani poetici. Sono incisioni e scritte su tutte le quattro mura, su ogni centimetro lasciato libero dal mobilio, realizzate tutte insieme dopo la morte della moglie. Reclusosi in quella stanza il vecchio poeta, ha consumato l’ultimo atto della sua opera terrena in una rievocazione di ricordi e momenti di tutta la sua vita.
È un infingimento potente che sorprende lo spettatore, ammutolito dalla brutalità del sentimento che può aver animato un simile atto, una sorpresa che provano anche gli amici del giovane badante trasteverino. I segni scabri del bulino sulla parete scura lasciano parole e ricordi indizi di qualcosa che è stato sotterrato da qualche parte durante la guerra. Un tesoro verso il quale si faranno accompagnare dall’anziano poeta in una gita fuori porta, durante la quale non saranno più 4 ragazzi e un anziano, ma solo 5 uomini in missione. La genuinità spigolosa del giovane trasteverino interprertato da Andrea Carpenzano (che ricorda vagamente la meraviglia del Mastandrea degli esordi in Cuore Cattivo) e la contaminante umanità di Giuliona Montaldo nei panni del vecchio poeta (che raggiunge l’autenticità propria dei non professionisti) si sposano perfette e trascinano il pubblico in una storia a volte straniante e spesso commovente.
L’allegra sofferenza e lo strazio lieve dell’avventura affettuosa di un “bisnonno” e un “nipote”, di un grande uomo senza memoria e del suo giovane compagno senza prospettive, sono sentimenti immediati, irresistibili. Il regista Francesco Bruni dosa abilmente un crescendo emotivo arricchito da intuizioni visive (i ricordi confusi di Giorgio che si materializzano, lo studio con le poesie incise nei muri, come nelle celle del carcere dei detenuti politici di Via Tasso o di San Vittore), non può che concludersi in un piccolo finale ideale, dove ancora una volta parole come Memoria e Poesia si confermano temi decisivi, senza sottolinearli ossessivamente.

Il regista Francesco Bruni, sceneggiatore di buona parte del miglior cinema italiano degli ultimi 25 anni, ha scelto questa storia dal canestro delle buone idee da tramutare nel suo terzo film dopo Scialla!
Giuliano Montaldo, qui attore dall’indubbia simpatia istintiva e dalla sorprendente capacità di influenzare la storia con la propria presenza interpreta perfettamente il poeta 85enne amico intimo di Sandro Pertini che ha vissuto da giovane spettatore lo strazio della guerra e dei bombardamenti su Pisa che gli annientarono la famiglia intera. Alessandro (il nipote mancato) è un 22enne trasteverino che ha abbandonato gli studi per spacciare nel quartiere con i suoi tre fidati amici. I due, ovviamente, sono agli antipodi. Uno giovane e l’altro anziano, uno ignorante e l’altro colto, uno pacato e l’altro turbolento, uno della Roma e l’altro tifoso del Grande Torino, uno visibilmente malato e l’altro nel fiore dell’età. Eppure giorno dopo giorno, passeggiata dopo passeggiata e sigaretta dopo sigaretta nasce un’inattesa complicità tra Giorgio e Alessandro, fatta di incomprensioni figlie della malattia e di ricordi che tornano a galla, di tenerezze inaspettate e amicizie impreviste.

Francesco Bruni ha solidamente attinto dalla propria esperienza di figlio alle prese con l’Alzheimer per delineare i lineamenti di un personaggio malinconicamente dolce. Giuliano Montaldo, nato attore negli anni ’50 per poi tramutarsi in acclamato regista, ne indossa straordinariamente i pesanti ed eleganti abiti. Un uomo dalla classe d’altri tempi, frenato dalla memoria ormai andata ma ancora gentile nei modi e accogliente nell’animo. Montaldo è il tenue ma al tempo stesso abbagliante faro che illumina un film anomalo, quasi inclassificabile, perché costantemente in bilico tra commedia e dramma
Il bravo Andrea Carpenzano, esordiente al cinema in un ruolo tanto delicato, ha il volto da bravo ragazzo, sotto quella maschera da coattello di quartiere che ostinatamente indossa. Con lui e i suoi tre inseparabili e nullafacenti amici Bruni si sbizzarrisce, tra sigarette, canne, partite a poker e con la Playstation.
Un film sulla memoria, storica e personale; sui rapporti, d’amicizia e familiari; ed infine sull’amore, mai dimenticato anche se da tempo perduto, perché se nella poesia ti è permesso di amare chi vuoi, nella vita puoi amare solo chi ti è accanto.

Le Recensioni dell’Oste – “La Tenerezza”

Le Recensioni dell’Oste – “La Tenerezza”

la-tenerezzaLa Tenerezza di Gianni Amelio ha un titolo ingannevole.
La tenerezza in questo film è un pretesto che si insinua tra le pieghe del sorriso amaro dell’Avvocato Marone.
E’ un piccolo grande film che parla dell’amore svestendolo di ogni aulica logica, tirandone fuori la sentina, il peggio, in una lotta in cui si contano solo superstiti. La tenerezza è manomessa nelle vite di chi sta crescendo senza padre, chi non ha mai avuto una casa, chi non ha mai avuto una famiglia. Tutti i personaggi del film si ritrovano con una mancanza di base che li spinge a incontrarsi e scontrarsi.

Chi mai si aspettasse di ritrovarsi in una storia di buoni sentimenti rimarrebbe deluso assai. Uso l’avverbio al termine non a caso. Siamo in una Napoli inconfondibilmente caotica e peripatetica, come il protagonista. Una Napoli per nulla attraente pur nei tagli scabri, grezzi e armoniosi di un maestro della fotografia come Luca Bigazzi.
Tutto gravita attorno alla figura dell’avvocato settantenne Lorenzo Marone, di cui veste i panni un superbo Renato Carpentieri, perfettamente incline a svolgere la parte dell’arido e ottuso anziano. Il suo personaggio è un come un campo di terra secca che ha visto troppi raccolti. Un campo che è sinonimo di vita, portata avanti con il dolore, non tanto ricevuto bensì elargito. Si indovina una trama esecrabile dei suoi comportamenti solo accennati durante la narrazione ma non di meno fastidiosi. Ci arriva l’immagine di un uomo senza qualità apparenti, si intuisce un passato tormentato sul piano professionale e su quello famigliare: un’amante poco amata sacrificata per una moglie ancora meno amata; una professione disonorata per cause ignote che gli sono valse il titolo di “Re del Parafango”; una fama dubbia che arriva anche dalle battute degli infermieri di un ospedale che lo vede prima ospitato come paziente e poi visitatore abusivo.

Ma sono le vite degli altri, apparentemente perfette, a innestare in Lorenzo una strana forma di umanità fino ad allora negata. Entrano (letteralmente) dalla porta della terrazza comune le vite di Fabio (Elio Germano) e Michela (Micaela Ramazzotti): una giovane coppia con due bambini trasferitasi nell’appartamento di fronte al suo. Sono belli, felici, spaesati, eppure c’è un abisso negli occhi sgranati di Fabio, un velo di infelicità e incapacità di amare, un’innocenza perduta che riaffiora quando chiede prepotentemente al negoziante il vagoncino d’epoca dei vigili del fuoco o ancora quando risponde, alla domanda “Che lavoro fate?”, “Quello che ha voluto mia madre”.
Ma è l’avvocato Marone il protagonista del film, un infarto prima e la nuova vicina di casa radiosa lo portano fuori dalla sua tana di solitudine nella quale si era rifugiato, stirando i panni per sè solo.
Il tutto si interromperà con una tragedia che avviene sotto un acquazzone violento che ci fa vedere una Napoli lucida e scura vagamente inquietante come inquietante è la motivazione della tragedia che avviene nella più plastica rappresentazione della normalità apparente. E’ allora che prende il via un percorso di consapevolezza che gli fa rivalutare il rapporto con i suoi due figli o meglio con la figlia impersonata da una Mezzogiorno come non l’avete mai vista. Lei costituisce il nesso con la casa a cui si fa ritorno.
La Tenerezza stupisce, abbraccia e regala emozioni; un’opera che non giudica l’umanità ma la accarezza senza complicità.
Il tutto, cucito da una colonna sonora che, dall’inizio alla fine, si inerpica come un lamento, nell’andamento circolare di una canzone greca che nei titoli di testa ripete “Tora Vroki…” – oggi piove sulla mia anima e sul tuo cuore.
Il Film si realizza compiutamente con un ritrovarsi scandito dalle parole della figlia che cita un poeta arabo: “La felicità non è una meta da raggiungere ma una casa a cui tornare”.
E si torna a casa con il cuore un po’ più pesante e la consapevolezza di aver assistito a un bel film realizzato da un grande regista con l’aiuto di grande direttore della fotografia e di un cast eccellente su cui spicca il mestiere e la maschera di Renato Carpentieri nella sua migliore interpretazione di sempre.

Le Recensioni dell’OSTE – “Lasciati Andare”

Le Recensioni dell’OSTE – “Lasciati Andare”

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Toni Servillo è un mostro. Si sapeva ma non fino a questo punto, nel suo primo ruolo decisamente “leggero” e privo di quegli spessori interpretativi a cui ci ha abituato. Basta la camminata, lo sguardo, il lessico, e finanche un certo modo di fare le scale e di correre. Toni Servillo è unico e interpreta questo personaggio con i suoi movimenti, le inflessioni e la postura dello psicologo Elia Venezia, di dichiarata fama internazionale (probabilmente Junghiano). Movenze, particolari, anche tic che balzano all’occhio dello spettatore, che li riconosce come un marchio di fabbrica. L’inflessione di un “Ma per piacere” come risposta alle raccomandazioni del suo medico curante ne è un esempio tra i tanti.
La vera sorpresa del film risiede nella capacità del regista (Francesco Amato) di tenere a bada questo mostro. Pochissime le scene che non lo vedono protagonista e altrettanto poche quelle dove non catalizza l’attenzione intorno a sé, tenendo avvinti gli spettatori e gli estimatori. Il regista è riuscito in un esercizio difficile ovvero quello di imbrigliare l’umorismo tutto intorno a lui, facendone il miglior uso possibile. Con l’eccezione di un paio di gag “fisiche” non è allo psicologo Elia Venezia, impersonato da Servillo, che spetta il compito di portare avanti in leggerezza questo film.
È Veronica Echegui il motore “leggero” del film, che con la sua presenza elettrica impersona Claudia, la personal trainer pazza e positiva nonostante una vita di tramvate e porte in faccia. Claudia si impone nella vita del pigro intellettuale quando viene obbligato dal medico a fare del moto.
Non c’è scena che quest’attrice spagnola (che sfoggia un fenomenale romano-spagnolo che farà scuola) non animi di forza espressiva esplosiva, una autentica scoperta, soprattutto se si prende in considerazione il suo curriculum che la vede in patria assegnata a tutt’altri ruoli. Anche lei, come Toni Servillo pare a suo completo agio anche nelle situazioni comiche e leggere, nemmeno fosse cresciuta a commedia all’italiana. Ogni guaio in cui trascina il professore tirandolo fuori dalla sua vita tranquilla sembra un aneddoto caotico e assurdo.
Sta tutta qui la singolarità di Lasciati Andare, da questo movimento dell’austero Elia, reticente a entrare in una sequenza di situazioni devianti, e dell’elettrica Claudia personal trainer, che nemmeno si rende conto viverci dentro da sempre nella commedia. Nasce così un film in cui sembra che Toni Servillo sia la spalla di tutti, della ex moglie Carla Signoris che gli abita accanto e ancora gli fa il bucato o del criminale Ettore (Luca Marinelli) dotato di alcuni delle scene più divertenti dell’anno, capace di far ridere anche solo ritraendosi come un rapace spaventato all’avvicinarsi del solo sguardo ipnotico dello psicologo.
Tutto questo viene sorretto dalla sceneggiatura di Francesco Bruni e Davide Lantieri che non temono di rifugiarsi nel fumetto macchiettistico. La scena del nido di Barbagianni che precipita sulla testa di Yuri (il criminale slavo) ne è un fulgido esempio.
Con pochi tratti, gli sceneggiatori disegnano il mondo di Elia e le sue sicurezze limitanti come la comunità ebraica che accresce il senso di isolamento retrogrado e taccagno lambendo lo stereotipo e il luogo comune. Anche quando gli eventi vanno come si potrebbe immaginare la sceneggiatura vola via leggera facendo modo che i protagonisti manchino l’appuntamento con gli esiti più prevedibili e scontati.
Da vedere a cuor leggero. Lascia l’intima soddisfazione che deriva dalla scoperta del talento di Francesco Amato.

Le recensioni dell’OSTE – ELLE

Le recensioni dell’OSTE – ELLE

elle-headerUn grande film girato magistralmente da Paul Verhoeven che ha saputo entrare nella vicenda di Michèle descritta nel libro “Oh…” (un best sellers del francese Philippe Dijan), trasfigurando in modo arguto, dettagli, dialoghi, sguardi di una Isabelle Huppert all’apice delle sue prestazioni. Traspare la bravura di chi sceglie di adattare un soggetto niente affatto semplice o banale rispettandone i codici senza rinunciare alla propria cifra stilistica che potremmo riassumere nella “tensione erotica” che pervade questo film dove il sesso è intravisto e mai contemplato.

Il regista di “Basic Istinct” ha poco a che fare con il maturo cineasta che ha saputo districarsi nel terreno minato della narrazione di uno strupro che assale lo spettatore sin dai titoli di testa. Ma si commetterebbe un imperdonabile errore relegando questa storia intricata e coinvolgente nella sola risoluzione dell’enigma iniziale. Chi è il misterioso stupratore, efferato, violento e talmente insidioso da farsi strada nella mente della vittima fino ad assurgere a figura cercata e quasi invocata? Non sveleremo certo il suo nome per non rovinarvi la tensione che vi assalirà fino dai primi minuti di questo spettacolo, dosato nei toni e paradossalmente delicato nel rispetto delle diverse figure che compongono un affresco contemporaneo e amaro della borghesia francese.

La protagonista è una cinquantenne in carriera, viene stuprata in casa sua. Nella prima scena dopo i titoli di testa su sfondo nero ci viene proposta la scena della stupro, la violenza si è già consumata, Michèle si rialza dal pavimento, si ricompone e va a farsi un bagno caldo. Poi la vita riprende normale. Verhoeven mette in scena una grottesca carrellata di personaggi che rappresentano la vita di Michèle. Il figlio scemo, viziato, senza palle e senza alcun talento, che è ossessionato dall’idea di riscattarsi dal grigiore diventando padre, la mamma ottantenne, gonfia di botox e silicone fidanzata con un giovane gigolò; l’ex-marito, scrittore fallito, cui ancora fa scenate di gelosia, la coppia di vicini, lei cattolica praticante devota e bigotta, lui mediocre bancario dai tratti ruvidi e affascinanti; la coppia di grandi amici, la collega inseparabile con cui ha un rapporto di attrazione morbosa, e il marito di lei, con cui invece va a letto senza sensi di colpa verso l’amica che, a sua volta, la fa sentire una madre incapace per il rapporto  che sa intrattenere con suo figlio. E poi il padre, che si intravede solo dalla tv o da foto d’epoca, un uomo condannato all’ergastolo per aver fatto compiuto una strage trent’anni prima, il cui marchio d’infamia e vergogna è ricaduto negli anni seguenti proprio su Michèle e il suo tentativo di vivere un vita normale, al riparo dagli occhi degli indignati di professione.

Questo suo stato di vittima perenne riesplode proprio nell’attualità della vicenda cui assistiamo. La violenza sessuale subita, con la volontà di non lamentarsene, di non coinvolgere la polizia e le persone care, riaccende nella protagonista quella condizione di soccombente che l’ha accompagnata negli anni della giovinezza e della maturazione. Sarà forse per questo che Michèle finisce per rincorrere il suo aguzzino, alla ricerca di nuove violenze? Verhoeven abilmente non fornisce risposte ma qualche considerazione siamo in grado di trarla.

Verhoeven non è un guardone, un maniaco, un pruriginoso regista di serie B.

Verhoeven non si compiace e non insiste con la camera sui particolari violenti, il sangue è solo evocato e quasi mai mostrato in tutta la sua potenza evocativa.

Verhoeven è un cineasta che riflette sul sesso, sul non detto attorno ad esso, e su quanto condizioni le vite delle persone, al punto da sdoppiarle e farle combattere contro se stesse.

“Elle” è una farsa contemporanea e grottesca sull’ambiguità. Una rappresentazione efficace dove tutti hanno un volto vero e recitano un ruolo parallelo, in questo thriller spassoso e a tratti  demenziale.
Amore e odio, attrazione e repulsione, ambizione e vittimismo, istinto familiare e inettitudine: ciascun personaggio ruota attorno alla protagonista in lotta per il suo posto nel mondo.

Su tutti giganteggia chiaramente l’antieroina Michèle, permettendo alla Huppert un’altra prova di bravura sesquipedale, non tradisce emozioni, istinti violenti o voglia di vendetta esplicita, ma scatena una furia masochista nell’annullarsi fra le braccia di un violentatore di cui conosce l’identità e che, per motivi esattamente opposti a lei, recita anch’egli una parte per liberare la propria personalità soffocata dall’ipocrisia in cui è intriso.

Verhoeven è cambiato nel suo mettere in scena il sesso, sia nel piglio con cui affonda l’obiettivo della sua macchina da presa nel cervello dei suoi personaggi. La sua versione giovanile era chiassosa, burbera e semplificatrice.

Ora è tornato alle origini, a un cinema europeo da interni, a movimenti di macchina parchi e studiati e, soprattutto, a un’attenzione quasi totalizzante verso i dialoghi e la psiche.

Discorso a parte merita il suono del film. Direi che le scene di violenza dura non sono tanto visive, quanto auditive. L’esperienza di immedesimazione non passa dagli occhi (o meglio non solo da quelli) ma soprattutto dai suoni percepiti in un modo iper realistico. Le botte assestate sul corpo di Michellè fanno trasalire per la la loro sonorità aumentata. L’immagine e il corpo non è più ostentato come ai tempi dell’oltraggiosa Sharon Stone, ma è svelato con parsimonia, guidato da perversioni che non sono più mostrate attraverso la lente materiale del dettaglio fisico, il filtro ormai è caduto. L’inquietante perversione di Michèle, che trasforma un sopruso sofferto in un rituale liberatorio, è figlia di tutto ciò che abbiamo visto: un accumulo di tensioni, falsità, inquietudini familiari, sociali, lavorative.
“Elle”, è satira pura e acuminata sulla ipocrisia dei nostri giorni, il sadomasochismo si amplifica ai rapporti sociali, lavorativi, parentali. Verhoeven, mostra una Francia e una Parigi dove tutta la cronaca vissuta negli ultimi tempi fa da cornice alla commedia nera che non può che tracimare nel grottesco finale dove la violenza e le vergogne del passato sono pronte a deflagrare anche se tenute abilmente nascoste. Un finale che riserva però un paio di sorprese autentiche che non mancheranno di farvi trasalire. La battuta finale della vicina cattolica vale tutto il film.

Da vedere e rivedere

GARMUGIA all’Osteria del Cinema             (un piatto RARO)

GARMUGIA all’Osteria del Cinema (un piatto RARO)

Garmugia lucchese - Primi piatti della cucina toscana

LA GARMUGIA ovvero la zuppa simbolo della primavera all’Osteria del Cinema da Venerdì 31 Marzo fino a  Domenica 2 Aprile. E’ un piatto unico che nasce tra le mura e gli orti di Lucca nel XVII secolo e viene preparata solo per un paio di settimane in cui la natura si risveglia e regala i primi germogli.
La Garmugia è l’inno alla rinascita, al risveglio. E’ una spinta a recuperare energie in una primavera fatta piatto che racchiude il sapore del nuovo. Solo un paio di settimane per trovare le primizie più delicate e tenere, i carciofi più piccoli e tosti, gli asparagi più sottili e croccanti, le fave più piccole e dolci.
Deve il suo nome al dialetto lucchese che così chiama il germoglio. Lucca fino al 1847 non faceva parte del Granducato di Toscana, era uno stato a se stante; Repubblica indipendente fino al 1805 e poi Ducato di Lucca fu annesso al Granducato solo alla vigilia della unificazione Italiana. In definitiva Lucca diventa Toscana solo quando la Toscana diventa Italia; prima si trattava di due stati autonomi con tanto di frontiere e di dogane e quindi con tradizioni e culture diversificate. È naturale quindi che certe tradizioni si siano radicate solo in piccole nicchie di questo territorio.

A differenza di altre zuppe povere e brodose, non necessita di troppi liquidi che ne annacquerebbero la peculiare freschezza, inoltre contiene elementi che testimoniano la sua origine “ricca” come i tocchetti di manzo che contribuiscono ad elevare il piatto nel novero di quelli destinati ai signori lucchesi che (a quei tempi) potevano permettersi la carne di Chianina.

Si è sempre considerato la Garmugia il piatto delle puerpere, delle partorienti e delle persone in convalescenza, perché il suo apporto di vitamine e proteine è un vero toccasana. Contrariamente a molte ricette toscane che vedono la presenza del pane abbruscato in fondo al piatto, la Garmugia vuole che il pane sia messo sopra ed irrorato con ottimo olio extravergine. Noi la facciamo seguendo una ricetta lucchese riportata in un libro di cucina di Alfonso del Poggio, padre domenicano che nel XVIII secolo trascrisse per primo gli equilibri delicati di questo piatto raro che non trova paragoni altre cucine regionali. Anche la sorella di Napoleone che a lungo soggiornò a Lucca , la Duchessa Elisa Bonaparte Baciocchi, cita questa minestra “particulare e odorosissima”
in una lettera indirizzata al fratello.

All’Osteria del Cinema la potrete gustare solo in due week end : Dal 31 Marzo al 2 Aprile e in quello successivo (Venerdì 7 – Sabato 8 e Domenica 9). Dopo è troppo tardi e i germogli diventano introvabili mutandosi in frutti maturi della terra.   garmugia_5643