Le RECENSIONI dell’OSTE – “Santiago, Italia” di N. Moretti

Le RECENSIONI dell’OSTE – “Santiago, Italia” di N. Moretti

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Spiazza e sorprende. Pare una intervista di Sergio Zavoli, asciutta e con il mestiere necessario a rendere pratica l’emozione di un ricordo e la disperazione di una memoria che ha visto una generazione cancellata dalla “Normalidad” sudamericana nella sua più alta e sofisticata espressione. Si rivedono immagini che abbiamo seppellito nella memoria, le bombe sulla casa Rosada, il discorso alto e nobile di un uomo che non aveva nessuna intenzione di essere un martire o un mito testimone del suo tempo.
La camera è quasi fissa, l’inquadratura che taglia i personaggi alla vita, mentre la narrano, la vita vissuta nello sgomento e nella paura di quel 1973. L’anno in cui si spensero le speranze di una generazione e di molte altre che seguirono.
L’anno di Pinochet, il generale che appare livido spietato e tronfio poche ore dopo l’esecuzione di Salvador Allende. È un incedere serrato, ma mai sensazionalistico quello di Santiago, Italia di Nanni Moretti, che firma un documentario politico e intimista nei toni, nello stile e nelle dimensioni (poco più di un’ora).
Il materiale originale di repertorio è usato con parsimonia per lasciare spazio alle interviste dei rifugiati, che raccontano la loro esperienza. Ci sono i registi Patricio Guzmàn e Miguel Littìn, il traduttore Rodrigo Vergara (la sua intervista muta strazia più di un memoriale), il diplomatico Piero De Masi, Marcia Scantlebury che con tragica ironia riporta la violenza delle torture.
Moretti si defila, si fa da parte e relega la sua voce e il suo corpo in un fuori campo rotto solo in un paio di occasioni. La prima inquadratura lo ritrae di spalle di fronte alla sorprendente vastità della capitale cilena.
Poi avranno il sopravvento i controcampi, che costituiscono la struttura semantica di questo film. Moretti interagisce con i personaggi creando una connessione empatica con i personaggi che hanno fatto della loro storia privata un esempio politico e morale.
Il film esalta il ruolo dell’accoglienza, i cileni vennero accolti con calore da un’Italia molto diversa da quella odierna. Una Italia che ascoltava commossa i racconti dei profughi esaltando il valore umano della comprensione e della condivisione.
La semplicità formale diventa preziosa nel delineare eticamente il calore di quella condivisione. Voci, caratteri e ricordi hanno il sapore delle confessioni sussurrate, dei sentimenti intatti, adamantini, che resistono all’inesorabile incedere del tempo.
C’è tutta la nostalghia per un’epoca in cui il socialismo democratico era un’alternativa politica e culturale di una intera generazione che viveva la sua convinzione politica, insieme all’ebbrezza di un’epoca dove tutto sembrava possibile.
Si chiude con un freeze frame che costituisce (forse) il malinconico tentativo di Nanni Moretti: Fermare l’incedere amorfo di una vita senza più ideali o (peggio) speranze.

Le RECENSIONI dell’OSTE – “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità) di J. Schnabel

Le RECENSIONI dell’OSTE – “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità) di J. Schnabel

at-eternitys-end-poster-willem-dafoe-vincent-vanNo, non aspettatevi una biografia.
Julian Schnabel usa i documenti come fonte di ispirazione, non certo di ricostruzione didascalica. Il suo scopo, da regista-pittore, è parlare dell’atto creativo e di cosa significhi essere un artista in un film (lungo… Forse troppo) che trae spunto dalla capacità visionaria di Van Gogh.
Cogliere cose che noi non possiamo vedere, se non attraverso i suoi quadri. L’eternità che lui legge in un paesaggio piatto.
L’energia che pervade l’universo. La luce, divina, sovrannaturale
Il Van Gogh incarnato alla perfezione da un “enorme” Willem Dafoe sa di essere destinato ad avere successo, con una triste condizione. Il successo arriverà in un’epoca successiva alla propria.
C’è un forte senso di rassegnazione che è anche l’elemento che dà al film un’identità ben precisa oltre a rivelare l’amicizia complessa e morbosa con Gauguin, il taglio dell’orecchio, la perdita di lucidità e la morte che finalmente rende apprezzata la sua arte nel gesto atteso (quanto simbolico) dell’acquisto dei suoi quadri, sparsi attorno al feretro.
La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Jean Claude Carriere e Schnabel che da ampio spazio alla “visualità” (e come mai potrebbe essere altrimenti)
La fotografia di Benoit Delhomme predilige obiettivi grandangolari, le immagini sono in grado di rispecchiare la soggettiva visuale con la quale il protagonista guarda il mondo. La colonna sonora è dissonante e inquieta, ad opera di Tatiana Lisovskaya, composta da suoni di pianoforte incorporei, fastidiosi e disturbanti, spesso in contrasto palese con la visione eterea di Schnabel.
Il film (nella prima parte) sembra volersi tuffare nell’occhio naturalista di Terrence Malick. Si prende pause inutili e contempla
i dettagli delle foglie, dei rami e delle radici degli alberi, delle grandi praterie e dei terreni rocciosi e aridi che tanto hanno affascinato il protagonista.
Schnabel sceglie spesso la camera a mano e un montaggio sincopato, cerca il movimento, (non grande nocumento per i sofferenti di labirintite) il tratto, il gesto, l’immagine sghemba, usa filtri sporchi e fuori fuoco, insegue la frenesia con cui Van Gogh realizza i suoi quadri. Quando ci riesce, il film si solleva improvvisamente dal torpore in cui lo fa precipitare una musica assurda e invasiva.
Fra i momenti più riusciti, quello del campo di girasoli morti, che viene contrastato dalla voce fuori campo di Van Gogh: “Di fronte a un paesaggio non vedo altro che l’eternità”.

Purtroppo la parte drammatica non riesce a lasciare un impatto forte, colpa anche dei dialoghi forse troppo didascalici, ma Dafoe si carica il film sulle spalle con una prova esemplare: il suo viso, così accidentato e riempito com’è da enormi occhi blu languidi e smarriti, buca e scava lo schermo, trasfigurando il suo ruolo in un sogno febbrile fatto percepire allo spettatore.
Il cappello di paglia del pittore, sembra uscito direttamente da uno degli inestimabili autoritratti mesti e vivaci in egual misura.
L’approccio è affascinante, lontano dal solito tragico maledettismo dell’artista incompreso.
Il film cita, menziona, rimanda, ma non mostra.
Paesaggi inondati dalla luce del Sud, terra tra le labbra, tele sulle spalle. Suole consunte, calze bucate, mani callose, a liberare il quadro dalla natura, con la potenza del pennello e un solo gesto netto guidato da un inarrivabile colpo di genio…Il GENIO è solo e lo spettatore con lui, a soffrire il freddo, ad ascoltare il vento, a penetrare la natura, con una corsa tra i campi o una passeggiata assorta, avvolti da colori e suggestioni.

“Vedo cose che altri non vedono” dice a un certo punto Van Gogh. E ancora “I miei dipinti sono conforto e speranza”.
La luce del sole è il suo disegno. E lui sa che il suo talento, “un dono di Dio”, gli è stato molto probabilmente concesso per individui che ancora devono nascere.

Il punto di vista di un regista “anomalo” spiazza la narrazione. Un pittore che racconta un altro pittore. Il regista, l’artista contemporaneo Julian Schnabel, nel tessere il suo racconto, appare in perfetta sintonia con il soggetto.
Può un film raccontare l’intenso turbinio di sentimenti e di carica vitale che sono all’origine dell’atto del dipingere?
Da questa apparente impossibilità Schnabel ha ricavato la sua sfìda, offrendo una visione molto personale degli ultimi giorni di vita di Vincent.
E così lo spettatore ne assapora l’anima, la fatica fisica, la dedizione totale nei paesaggi
assolati di Arles, lo spettatore partecipa alla corsa “dipinta” dal regista diventato reporter di guerra sul campo e lo spettatore cammina, si sdraia sulla terra, corre anche lui, vivendo e vibrando mentre coglie tra le rughe del pittore i rari sorrisi scaturiti da una natura ammaliante.

E poi c’è Willem Dafoe – premiato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi per il Migliore attore – completamente immerso in Van Gogh attraverso un processo quasi alchemico che lo ha spinto a prendere lezioni individuali (per 6 mesi) di pittura da Schnabel per prepararsi al ruolo, per imparare a toccare una tela, ad accostarsi al colore, a vivere insomma l’uomo Vincent. Certo è che, d’ora in poi, quando penseremo a Van Gogh, ci verrà in mente il volto scavato, visionario e incantato di Dafoe.

Al termine una limonata calda. La macchina a braccio ha degli effetti collaterali sgradevoli per lo stomaco!

Le Recensioni dell’OSTE – “Cuori Puri”

Le Recensioni dell’OSTE – “Cuori Puri”

C’è la una periferia romana autentica che fa da sfondo al film di Roberto De Paolis che ha debuttato nei lungometraggi con questa sua opera prima direttamente a Cannes, nella sezione Quinzaine des réalisateurs.
E’ una periferia romana che raffigura gli antipodi che si incontrano in un territorio degradato, ricco solo di miserie umane che si trovano in un parcheggio desolato e desolante. La rete del parcheggio simboleggia fisicamente la divisione tra Stefano, un balordo che fa il guardiano alle macchine, e Agnese una studentessa cattolica impegnata nel volontariato.

Lui è l’espressione stessa della marginalità, cresciuto in un clima di violenza che lo porta a delinquere insieme a un branco rappresentato magistralmente. Si ha la sensazione che si reciti a soggetto tanta è la spontanea vitalità di alcune scene che vedono come protagonista Stefano interpretato da un grande Simone Liberati (il Mirko di Suburra).

Lei  è una bambina donna che soffia le candeline del suo diciottesimo compleanno circondata da una bambagia ottundente fatta di schitarrate prese da Radio Maria e fede impartita e imparata a memoria.

Nella diversità di religione, di etnia, di vita, l’incontro si rivela possibile, e il trovarsi diviene tanto più forte quanto apparentemente inconciliabile con la realtà di provenienza dei due giovani, che vivono le loro contraddizioni, tra il bene e il male, tra il “sacrificio” e il “divertimento” come cita testualmente il parroco di Agnese (un efficacissimo Stefano Fresi in una interpretazione agli antipodi di quella che lo ha reso famoso in “Smetto quando voglio” ).  Il prete promuove il libero arbitrio, la possibilità del dubbio, apre il cuore dei suoi giovani parrocchiani a una religione che non deve essere privazione o punizione, ma libera scelta nel nome di un amore e di un cuore semplice. Si adopera con passione nell’incontro con i giovani, che al pari di Agnese conservano frammenti di quella purezza infantile e sincera, come un bagno a mare in un pomeriggio d’estate.

Fa da controcanto a questa figura positiva e portatrice di una religiosità semplice e includente, la figura della madre di Agnese, autoritaria, intrisa di un cattolicesimo integralista, una madre che zavorra i sentimenti della figlia. Una donna inacidita e frustrata, posseduta da una religiosità settaria e avvelenata dal senso di colpa provato e ritrasmesso, in nome di un affetto materno “malato”. E’ la madre intransigente ispettrice della vita della figlia, superba giustiziera delle azioni degli altri e cultrice del rito e dell’apparenza che porta la figlia ad una scelta che appare allo spettatore (in un primo momento) del tutto incomprensibile.

Con i suoi personaggi, De Paolis descrive una realtà dove bene e male perdono significato fino a diventare concetti del tutto relativi. L’errore è ammesso, è concesso a tutti. La costante aspirazione dell’uomo alla perfezione si infrange con l’umanità che finisce per essere sempre vittoriosa “come un GPS, ricalcola il percorso” e lo riporta a casa (ancora la metafora del prete efficacemente didascalico).
Magari quel tragitto è convulso ed affannato come la corsa finale di Agnese, interpretata da Selene Caramazza (alla sua prima prova cinematografica). Agnese corre disperata verso l’unica direzione giusta: verso Stefano  verso l’altro, verso il diverso da sé e quella corsa culmina in un abbraccio struggente che sancisce l’incontro di due cuori così diversi e così affini.

Roberto De Paolis ha la rara abilità di rendere la telecamera trasparente alla storia, anche se alcune sequenze sono ben altro che momenti di transizione. Una per tutte: quando i due protagonisti guardano il medesimo fumo nero in lontananza da due punti cardinali opposti, uno stacco di montaggio che, come tutto il film, fa battere il cuore. Forte. 1492701994596

Le Recensioni dell’OSTE – “Tutto quello che vuoi”

Le Recensioni dell’OSTE – “Tutto quello che vuoi”

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Tutto quello che vuoi inizia male, come certi film generazionali a tema fisso. Ma trattasi di impressione che dura pochi minuti, fino a quando irrompe sulla scena il vero protagonista, o meglio, la vera protagonista del film che lo muta in qualcosa di avvolgente, commovente, spiazzante.
Al centro di Tutto Quello Che Vuoi, c’è una stanza che contiene una lunga poesia.
La stanza appartiene a un poeta giunto alla fine del suo umano cammino.
Con la mente offuscata dalla vecchiaia, vive in una casa di ricordi ed è accudito, inizialmente malvolentieri, da un ragazzo pigro, ignorante e prevenuto. Tuttavia anche su quest’animale trasteverino, tutto playstation e botte per strada, e sui suoi amici la suddetta stanza ha un impatto sorprendentemente devastante che mette in moto eventi finanche avventurosi..
La stanza è lo studio del poeta, un ammasso di ricordi sulle cui pareti sono incise centinaia di frasi e parole, ricordi e brani poetici. Sono incisioni e scritte su tutte le quattro mura, su ogni centimetro lasciato libero dal mobilio, realizzate tutte insieme dopo la morte della moglie. Reclusosi in quella stanza il vecchio poeta, ha consumato l’ultimo atto della sua opera terrena in una rievocazione di ricordi e momenti di tutta la sua vita.
È un infingimento potente che sorprende lo spettatore, ammutolito dalla brutalità del sentimento che può aver animato un simile atto, una sorpresa che provano anche gli amici del giovane badante trasteverino. I segni scabri del bulino sulla parete scura lasciano parole e ricordi indizi di qualcosa che è stato sotterrato da qualche parte durante la guerra. Un tesoro verso il quale si faranno accompagnare dall’anziano poeta in una gita fuori porta, durante la quale non saranno più 4 ragazzi e un anziano, ma solo 5 uomini in missione. La genuinità spigolosa del giovane trasteverino interprertato da Andrea Carpenzano (che ricorda vagamente la meraviglia del Mastandrea degli esordi in Cuore Cattivo) e la contaminante umanità di Giuliona Montaldo nei panni del vecchio poeta (che raggiunge l’autenticità propria dei non professionisti) si sposano perfette e trascinano il pubblico in una storia a volte straniante e spesso commovente.
L’allegra sofferenza e lo strazio lieve dell’avventura affettuosa di un “bisnonno” e un “nipote”, di un grande uomo senza memoria e del suo giovane compagno senza prospettive, sono sentimenti immediati, irresistibili. Il regista Francesco Bruni dosa abilmente un crescendo emotivo arricchito da intuizioni visive (i ricordi confusi di Giorgio che si materializzano, lo studio con le poesie incise nei muri, come nelle celle del carcere dei detenuti politici di Via Tasso o di San Vittore), non può che concludersi in un piccolo finale ideale, dove ancora una volta parole come Memoria e Poesia si confermano temi decisivi, senza sottolinearli ossessivamente.

Il regista Francesco Bruni, sceneggiatore di buona parte del miglior cinema italiano degli ultimi 25 anni, ha scelto questa storia dal canestro delle buone idee da tramutare nel suo terzo film dopo Scialla!
Giuliano Montaldo, qui attore dall’indubbia simpatia istintiva e dalla sorprendente capacità di influenzare la storia con la propria presenza interpreta perfettamente il poeta 85enne amico intimo di Sandro Pertini che ha vissuto da giovane spettatore lo strazio della guerra e dei bombardamenti su Pisa che gli annientarono la famiglia intera. Alessandro (il nipote mancato) è un 22enne trasteverino che ha abbandonato gli studi per spacciare nel quartiere con i suoi tre fidati amici. I due, ovviamente, sono agli antipodi. Uno giovane e l’altro anziano, uno ignorante e l’altro colto, uno pacato e l’altro turbolento, uno della Roma e l’altro tifoso del Grande Torino, uno visibilmente malato e l’altro nel fiore dell’età. Eppure giorno dopo giorno, passeggiata dopo passeggiata e sigaretta dopo sigaretta nasce un’inattesa complicità tra Giorgio e Alessandro, fatta di incomprensioni figlie della malattia e di ricordi che tornano a galla, di tenerezze inaspettate e amicizie impreviste.

Francesco Bruni ha solidamente attinto dalla propria esperienza di figlio alle prese con l’Alzheimer per delineare i lineamenti di un personaggio malinconicamente dolce. Giuliano Montaldo, nato attore negli anni ’50 per poi tramutarsi in acclamato regista, ne indossa straordinariamente i pesanti ed eleganti abiti. Un uomo dalla classe d’altri tempi, frenato dalla memoria ormai andata ma ancora gentile nei modi e accogliente nell’animo. Montaldo è il tenue ma al tempo stesso abbagliante faro che illumina un film anomalo, quasi inclassificabile, perché costantemente in bilico tra commedia e dramma
Il bravo Andrea Carpenzano, esordiente al cinema in un ruolo tanto delicato, ha il volto da bravo ragazzo, sotto quella maschera da coattello di quartiere che ostinatamente indossa. Con lui e i suoi tre inseparabili e nullafacenti amici Bruni si sbizzarrisce, tra sigarette, canne, partite a poker e con la Playstation.
Un film sulla memoria, storica e personale; sui rapporti, d’amicizia e familiari; ed infine sull’amore, mai dimenticato anche se da tempo perduto, perché se nella poesia ti è permesso di amare chi vuoi, nella vita puoi amare solo chi ti è accanto.

Le Recensioni dell’Oste – “La Tenerezza”

Le Recensioni dell’Oste – “La Tenerezza”

la-tenerezzaLa Tenerezza di Gianni Amelio ha un titolo ingannevole.
La tenerezza in questo film è un pretesto che si insinua tra le pieghe del sorriso amaro dell’Avvocato Marone.
E’ un piccolo grande film che parla dell’amore svestendolo di ogni aulica logica, tirandone fuori la sentina, il peggio, in una lotta in cui si contano solo superstiti. La tenerezza è manomessa nelle vite di chi sta crescendo senza padre, chi non ha mai avuto una casa, chi non ha mai avuto una famiglia. Tutti i personaggi del film si ritrovano con una mancanza di base che li spinge a incontrarsi e scontrarsi.

Chi mai si aspettasse di ritrovarsi in una storia di buoni sentimenti rimarrebbe deluso assai. Uso l’avverbio al termine non a caso. Siamo in una Napoli inconfondibilmente caotica e peripatetica, come il protagonista. Una Napoli per nulla attraente pur nei tagli scabri, grezzi e armoniosi di un maestro della fotografia come Luca Bigazzi.
Tutto gravita attorno alla figura dell’avvocato settantenne Lorenzo Marone, di cui veste i panni un superbo Renato Carpentieri, perfettamente incline a svolgere la parte dell’arido e ottuso anziano. Il suo personaggio è un come un campo di terra secca che ha visto troppi raccolti. Un campo che è sinonimo di vita, portata avanti con il dolore, non tanto ricevuto bensì elargito. Si indovina una trama esecrabile dei suoi comportamenti solo accennati durante la narrazione ma non di meno fastidiosi. Ci arriva l’immagine di un uomo senza qualità apparenti, si intuisce un passato tormentato sul piano professionale e su quello famigliare: un’amante poco amata sacrificata per una moglie ancora meno amata; una professione disonorata per cause ignote che gli sono valse il titolo di “Re del Parafango”; una fama dubbia che arriva anche dalle battute degli infermieri di un ospedale che lo vede prima ospitato come paziente e poi visitatore abusivo.

Ma sono le vite degli altri, apparentemente perfette, a innestare in Lorenzo una strana forma di umanità fino ad allora negata. Entrano (letteralmente) dalla porta della terrazza comune le vite di Fabio (Elio Germano) e Michela (Micaela Ramazzotti): una giovane coppia con due bambini trasferitasi nell’appartamento di fronte al suo. Sono belli, felici, spaesati, eppure c’è un abisso negli occhi sgranati di Fabio, un velo di infelicità e incapacità di amare, un’innocenza perduta che riaffiora quando chiede prepotentemente al negoziante il vagoncino d’epoca dei vigili del fuoco o ancora quando risponde, alla domanda “Che lavoro fate?”, “Quello che ha voluto mia madre”.
Ma è l’avvocato Marone il protagonista del film, un infarto prima e la nuova vicina di casa radiosa lo portano fuori dalla sua tana di solitudine nella quale si era rifugiato, stirando i panni per sè solo.
Il tutto si interromperà con una tragedia che avviene sotto un acquazzone violento che ci fa vedere una Napoli lucida e scura vagamente inquietante come inquietante è la motivazione della tragedia che avviene nella più plastica rappresentazione della normalità apparente. E’ allora che prende il via un percorso di consapevolezza che gli fa rivalutare il rapporto con i suoi due figli o meglio con la figlia impersonata da una Mezzogiorno come non l’avete mai vista. Lei costituisce il nesso con la casa a cui si fa ritorno.
La Tenerezza stupisce, abbraccia e regala emozioni; un’opera che non giudica l’umanità ma la accarezza senza complicità.
Il tutto, cucito da una colonna sonora che, dall’inizio alla fine, si inerpica come un lamento, nell’andamento circolare di una canzone greca che nei titoli di testa ripete “Tora Vroki…” – oggi piove sulla mia anima e sul tuo cuore.
Il Film si realizza compiutamente con un ritrovarsi scandito dalle parole della figlia che cita un poeta arabo: “La felicità non è una meta da raggiungere ma una casa a cui tornare”.
E si torna a casa con il cuore un po’ più pesante e la consapevolezza di aver assistito a un bel film realizzato da un grande regista con l’aiuto di grande direttore della fotografia e di un cast eccellente su cui spicca il mestiere e la maschera di Renato Carpentieri nella sua migliore interpretazione di sempre.