Le Recensioni dell’OSTE – “Lasciati Andare”

Le Recensioni dell’OSTE – “Lasciati Andare”

cattura2
Toni Servillo è un mostro. Si sapeva ma non fino a questo punto, nel suo primo ruolo decisamente “leggero” e privo di quegli spessori interpretativi a cui ci ha abituato. Basta la camminata, lo sguardo, il lessico, e finanche un certo modo di fare le scale e di correre. Toni Servillo è unico e interpreta questo personaggio con i suoi movimenti, le inflessioni e la postura dello psicologo Elia Venezia, di dichiarata fama internazionale (probabilmente Junghiano). Movenze, particolari, anche tic che balzano all’occhio dello spettatore, che li riconosce come un marchio di fabbrica. L’inflessione di un “Ma per piacere” come risposta alle raccomandazioni del suo medico curante ne è un esempio tra i tanti.
La vera sorpresa del film risiede nella capacità del regista (Francesco Amato) di tenere a bada questo mostro. Pochissime le scene che non lo vedono protagonista e altrettanto poche quelle dove non catalizza l’attenzione intorno a sé, tenendo avvinti gli spettatori e gli estimatori. Il regista è riuscito in un esercizio difficile ovvero quello di imbrigliare l’umorismo tutto intorno a lui, facendone il miglior uso possibile. Con l’eccezione di un paio di gag “fisiche” non è allo psicologo Elia Venezia, impersonato da Servillo, che spetta il compito di portare avanti in leggerezza questo film.
È Veronica Echegui il motore “leggero” del film, che con la sua presenza elettrica impersona Claudia, la personal trainer pazza e positiva nonostante una vita di tramvate e porte in faccia. Claudia si impone nella vita del pigro intellettuale quando viene obbligato dal medico a fare del moto.
Non c’è scena che quest’attrice spagnola (che sfoggia un fenomenale romano-spagnolo che farà scuola) non animi di forza espressiva esplosiva, una autentica scoperta, soprattutto se si prende in considerazione il suo curriculum che la vede in patria assegnata a tutt’altri ruoli. Anche lei, come Toni Servillo pare a suo completo agio anche nelle situazioni comiche e leggere, nemmeno fosse cresciuta a commedia all’italiana. Ogni guaio in cui trascina il professore tirandolo fuori dalla sua vita tranquilla sembra un aneddoto caotico e assurdo.
Sta tutta qui la singolarità di Lasciati Andare, da questo movimento dell’austero Elia, reticente a entrare in una sequenza di situazioni devianti, e dell’elettrica Claudia personal trainer, che nemmeno si rende conto viverci dentro da sempre nella commedia. Nasce così un film in cui sembra che Toni Servillo sia la spalla di tutti, della ex moglie Carla Signoris che gli abita accanto e ancora gli fa il bucato o del criminale Ettore (Luca Marinelli) dotato di alcuni delle scene più divertenti dell’anno, capace di far ridere anche solo ritraendosi come un rapace spaventato all’avvicinarsi del solo sguardo ipnotico dello psicologo.
Tutto questo viene sorretto dalla sceneggiatura di Francesco Bruni e Davide Lantieri che non temono di rifugiarsi nel fumetto macchiettistico. La scena del nido di Barbagianni che precipita sulla testa di Yuri (il criminale slavo) ne è un fulgido esempio.
Con pochi tratti, gli sceneggiatori disegnano il mondo di Elia e le sue sicurezze limitanti come la comunità ebraica che accresce il senso di isolamento retrogrado e taccagno lambendo lo stereotipo e il luogo comune. Anche quando gli eventi vanno come si potrebbe immaginare la sceneggiatura vola via leggera facendo modo che i protagonisti manchino l’appuntamento con gli esiti più prevedibili e scontati.
Da vedere a cuor leggero. Lascia l’intima soddisfazione che deriva dalla scoperta del talento di Francesco Amato.

Le recensioni dell’OSTE – ELLE

Le recensioni dell’OSTE – ELLE

elle-headerUn grande film girato magistralmente da Paul Verhoeven che ha saputo entrare nella vicenda di Michèle descritta nel libro “Oh…” (un best sellers del francese Philippe Dijan), trasfigurando in modo arguto, dettagli, dialoghi, sguardi di una Isabelle Huppert all’apice delle sue prestazioni. Traspare la bravura di chi sceglie di adattare un soggetto niente affatto semplice o banale rispettandone i codici senza rinunciare alla propria cifra stilistica che potremmo riassumere nella “tensione erotica” che pervade questo film dove il sesso è intravisto e mai contemplato.

Il regista di “Basic Istinct” ha poco a che fare con il maturo cineasta che ha saputo districarsi nel terreno minato della narrazione di uno strupro che assale lo spettatore sin dai titoli di testa. Ma si commetterebbe un imperdonabile errore relegando questa storia intricata e coinvolgente nella sola risoluzione dell’enigma iniziale. Chi è il misterioso stupratore, efferato, violento e talmente insidioso da farsi strada nella mente della vittima fino ad assurgere a figura cercata e quasi invocata? Non sveleremo certo il suo nome per non rovinarvi la tensione che vi assalirà fino dai primi minuti di questo spettacolo, dosato nei toni e paradossalmente delicato nel rispetto delle diverse figure che compongono un affresco contemporaneo e amaro della borghesia francese.

La protagonista è una cinquantenne in carriera, viene stuprata in casa sua. Nella prima scena dopo i titoli di testa su sfondo nero ci viene proposta la scena della stupro, la violenza si è già consumata, Michèle si rialza dal pavimento, si ricompone e va a farsi un bagno caldo. Poi la vita riprende normale. Verhoeven mette in scena una grottesca carrellata di personaggi che rappresentano la vita di Michèle. Il figlio scemo, viziato, senza palle e senza alcun talento, che è ossessionato dall’idea di riscattarsi dal grigiore diventando padre, la mamma ottantenne, gonfia di botox e silicone fidanzata con un giovane gigolò; l’ex-marito, scrittore fallito, cui ancora fa scenate di gelosia, la coppia di vicini, lei cattolica praticante devota e bigotta, lui mediocre bancario dai tratti ruvidi e affascinanti; la coppia di grandi amici, la collega inseparabile con cui ha un rapporto di attrazione morbosa, e il marito di lei, con cui invece va a letto senza sensi di colpa verso l’amica che, a sua volta, la fa sentire una madre incapace per il rapporto  che sa intrattenere con suo figlio. E poi il padre, che si intravede solo dalla tv o da foto d’epoca, un uomo condannato all’ergastolo per aver fatto compiuto una strage trent’anni prima, il cui marchio d’infamia e vergogna è ricaduto negli anni seguenti proprio su Michèle e il suo tentativo di vivere un vita normale, al riparo dagli occhi degli indignati di professione.

Questo suo stato di vittima perenne riesplode proprio nell’attualità della vicenda cui assistiamo. La violenza sessuale subita, con la volontà di non lamentarsene, di non coinvolgere la polizia e le persone care, riaccende nella protagonista quella condizione di soccombente che l’ha accompagnata negli anni della giovinezza e della maturazione. Sarà forse per questo che Michèle finisce per rincorrere il suo aguzzino, alla ricerca di nuove violenze? Verhoeven abilmente non fornisce risposte ma qualche considerazione siamo in grado di trarla.

Verhoeven non è un guardone, un maniaco, un pruriginoso regista di serie B.

Verhoeven non si compiace e non insiste con la camera sui particolari violenti, il sangue è solo evocato e quasi mai mostrato in tutta la sua potenza evocativa.

Verhoeven è un cineasta che riflette sul sesso, sul non detto attorno ad esso, e su quanto condizioni le vite delle persone, al punto da sdoppiarle e farle combattere contro se stesse.

“Elle” è una farsa contemporanea e grottesca sull’ambiguità. Una rappresentazione efficace dove tutti hanno un volto vero e recitano un ruolo parallelo, in questo thriller spassoso e a tratti  demenziale.
Amore e odio, attrazione e repulsione, ambizione e vittimismo, istinto familiare e inettitudine: ciascun personaggio ruota attorno alla protagonista in lotta per il suo posto nel mondo.

Su tutti giganteggia chiaramente l’antieroina Michèle, permettendo alla Huppert un’altra prova di bravura sesquipedale, non tradisce emozioni, istinti violenti o voglia di vendetta esplicita, ma scatena una furia masochista nell’annullarsi fra le braccia di un violentatore di cui conosce l’identità e che, per motivi esattamente opposti a lei, recita anch’egli una parte per liberare la propria personalità soffocata dall’ipocrisia in cui è intriso.

Verhoeven è cambiato nel suo mettere in scena il sesso, sia nel piglio con cui affonda l’obiettivo della sua macchina da presa nel cervello dei suoi personaggi. La sua versione giovanile era chiassosa, burbera e semplificatrice.

Ora è tornato alle origini, a un cinema europeo da interni, a movimenti di macchina parchi e studiati e, soprattutto, a un’attenzione quasi totalizzante verso i dialoghi e la psiche.

Discorso a parte merita il suono del film. Direi che le scene di violenza dura non sono tanto visive, quanto auditive. L’esperienza di immedesimazione non passa dagli occhi (o meglio non solo da quelli) ma soprattutto dai suoni percepiti in un modo iper realistico. Le botte assestate sul corpo di Michellè fanno trasalire per la la loro sonorità aumentata. L’immagine e il corpo non è più ostentato come ai tempi dell’oltraggiosa Sharon Stone, ma è svelato con parsimonia, guidato da perversioni che non sono più mostrate attraverso la lente materiale del dettaglio fisico, il filtro ormai è caduto. L’inquietante perversione di Michèle, che trasforma un sopruso sofferto in un rituale liberatorio, è figlia di tutto ciò che abbiamo visto: un accumulo di tensioni, falsità, inquietudini familiari, sociali, lavorative.
“Elle”, è satira pura e acuminata sulla ipocrisia dei nostri giorni, il sadomasochismo si amplifica ai rapporti sociali, lavorativi, parentali. Verhoeven, mostra una Francia e una Parigi dove tutta la cronaca vissuta negli ultimi tempi fa da cornice alla commedia nera che non può che tracimare nel grottesco finale dove la violenza e le vergogne del passato sono pronte a deflagrare anche se tenute abilmente nascoste. Un finale che riserva però un paio di sorprese autentiche che non mancheranno di farvi trasalire. La battuta finale della vicina cattolica vale tutto il film.

Da vedere e rivedere