Le recensioni dell’OSTE – “Julieta”

Le recensioni dell’OSTE – “Julieta”

Julieta
Julieta è un film asciutto, con pochi artifizi. È raccontato in modo semplice e lineare, senza spazio per i manierismi barocchi o per le ironie dissacranti a cui ci ha abituato Pedro Almodòvar.
Tutto è in chiaro, al limite della didascalia, per raccontare questa storia (tutta al femminile) che si dipana tra Madrid, l’Andalusia e la Mancia in un’arco temporale ampio che rende necessario ricorrere a doppi interpreti per raffigurare Julieta, la protagonista di questo dramma. Il regista si avvale di due splendide attrici: Emma Suárez e Adriana Ugarte. Le avvicenda spesso, mantenendo leggibile il filo di una storia che è la sintesi di 3 diversi racconti scritti dal premio nobel canadese Alice Munro.
Una operazione ardua che Aldomòvar porta a termine in totale sicurezza, ma con una mano diversa rispetto ai suoi diciannove film precedenti.
Su questo avvicendamento si incardina una della sequenze chiave del film, destinata ad entrare nella storia della cinematografia.
Sotto un asciugamano che friziona i capelli di Julieta, impersonata da Adriana Ugarte, si realizza un collasso temporale, l’unica licenza fantastica di un film ancorato brutalmente alla realtà.
L’asciugamano si solleva ed appare il volto invecchiato di Adriana Suárez, sigillando Julieta in una pelle che non è più quella della giovane madre luminosa. I capelli ossigenati della movida si spengono in una stoppa spenta dalla colpa, dalla perdita e dalla solitudine.
Il dramma ha lacerato la vita di Julieta trasfigurandola. Il dolore e il senso di colpa per la perdita del marito l’hanno schiacciata e invece di trovare nel suo ruolo di madre la forza per non lasciarsi sopraffare dal dolore, ci naufraga e diventa figlia di sua figlia. E’ Antía ad accudire la madre per poi abbandonarla senza spiegazioni. Spiazzano quasi tutte le scelte umane dei protagonisti, tanto sono discutibili ed eversive, mentre autentico e comprensibile è il vuoto che vive Julieta, nell’attesa della figlia scomparsa.
La sequenza della torta rossa preparata e poi buttata per il diciannovesimo compleanno di Antìa assente è brutale, come le torte seguenti, fino alla cancellazione del ricordo e del dolore provato. Un dolore che ritorna inaspettato come la ricaduta di un tossico: “La tua assenza riempie totalmente la mia vita e la distrugge”, scrive Julieta in una lunga lettera mai consegnata a sua figlia e la sequenza che segue alla voce fuori campo è una carrellata meccanica classica che ritrae la figura di Julieta in controluce (nel fotogramma che ho postato). Probabilmente sarà oggetto di studio nei prossimi corsi per cineasti ed è una della più belle mai girate dal regista della Mancha.
Julieta vive come in esilio in appartamenti che sembrano carceri dopo aver ricevuto tre gradi di giudizio da tre diversi personaggi che hanno emesso la loro sentenza: il suicida del treno, la crudele donna di servizio (una eccezionale Rossy de Palma) e l’odiosa direttrice di un inquietante gruppo spirituale, artefice ultima del distacco di Antìa da Julieta.
La colonna sonora è di impostazione classica con molti contrappunti alla Hitchcook (due note ripetute in minore ad aumentare l’ansia dello spettatore) a cui Pedro Almodòvar tributa la sua venerazione, includendo ancora il cameo di Tinin, il fratello di Pedro, nel ruolo di capotreno. Julieta emoziona ma non troppo, pare un film girato con il freno a mano tirato. Gli attori (tutti) sembrano maschere paralizzate nell’afflizione e nello strazio, con le lacrime trattenute sulla soglia dell’occhio. Se ne intuisce una potenza espressiva che non viene però scatenata, dando così luogo a un un “drama seco, sin gritos”, (sobrio senza strepiti) come da definizione quantomai azzeccata dallo stesso Pedro Aldomòvar alla sua ventesima creatura cinematografica. Si esce con pensieri affollati che necessitano di decantazione, il finale appare quasi ‘tirato via’ come per una necessità di minutaggio. Ma i pensieri affollati necessitano di decantazione, al termine della quale, posso dire che quello era l’unico sensato. Mi è piaciuto e penso che, come certi grandi vini, lo riassaggerò.